Agghindata

Mi viene il dubbio che il termine “agghindato” sia dialettale e che non tutti lo capiscano, comunque per agghindato intendo “sistemato bene”.
E chi era sistemata bene? Era ragazza che stava con altri coetanei, una ragazza che mi è capitato di vedere ieri sera.
Stava con un tailleur grigio, con una borsa nera elegante. Risaltava rispetto agli altri perché gli altri erano vestiti più o meno “normali”. Ho visto poi che erano diretti in pizzeria, ho immaginato che fosse probabilmente per festeggiare la fine dell’anno scolastico.
Secondo me era un po’ fuori luogo per una pizza, perché bene stava bene ma l’eleganza non è che vada sempre bene, serve qualcosa di proporzionale alla situazione in cui ti trovi.

Mi è tornata comunque in mente la cena di classe del quinto (liceo), una pizza tra compagni. Mi ricordo la spensieratezza, la coscienza che quel periodo era libero da qualsiasi impegno didattico, come poi invece sarebbe cambiato con l’università.
Ricordo i miei compagni, specie quelli con cui ho condiviso a lungo il banco, ma non solo. Ricordo Emanuele, che venne con la pistola ad acqua e si divertì per un bel pezzo della serata, ricordo Antonio che era il più bravo della classe. Ma non solo.
Fu una bella serata.

Come te nessuno mai

Ieri mi sono emozionato, vedendo Come te nessuno mai, il film di Gabriele Muccino dove recita tra l’altro il fratello Silvio (Silvio anche nel film). Film che parla di una occupazione e di amori giovanili. Mi sono emozionato alla fine sul bacio tra Silvio e una ragazza, che li porterà a fare l’amore.
E’ stata una scena dolce, e forse non lo so, vera, ed era un sacco di tempo che non mi capitava un film che mi emozionasse.

Ripensando al liceo

Negli ultimi tempi mi è capitato di ripensare al liceo.
Per vari motivi.
Be’, uno a dire la verità è che ripensavo a una mia compagna in particolare, di cui non so più nulla; mi chiedevo che vita farà ora, se ha magari già dei figli, chissà.

Il liceo tutto sommato non è stato un brutto periodo. “Liceo scientifico sperimentale”… dove “sperimentale” stava per “informatica”… ma alla fine… se ne vedeva ben poca, e si finiva per usare le ore in più per fare altre ore di fisica e matematica.

Mi sa che non ve l’ho mai detto, ma rispetto alle materie umanistiche mi sono sempre piaciute di più quelle scientifiche.
E poi niente, ho una passione smisurata per l’informatica, da quando iniziai ad usare all’età della comunione il mitico Commodore 64 (ma di questo in caso vi parlerò un’altra volta).

C’era una materia che mal sopportavo: storia.
Non ho mai sopportato le materie nozionistiche, e in storia non c’è niente da fare, ti devi ricordare una quantità di fatti infinita.
In realtà, non è proprio così.
Voglio dire, anche nell’informatica ti devi ricordare una quantità di nozioni infinita, è solo che non comprendevo l’utilità dello studiare storia.
Perché per me sta tutto lì: se non capisco perché devo fare qualcosa, non riuscirò mai a farla col giusto spirito.
Se tornassi indietro, effettivamente vedrei le cose un po’ diversamente, perché ritengo che comprendere il passato sia utile per capire il presente e costruire più consapevolmente il futuro.
Comunque sì, sono stato sempre più affascinato dalle materie scientifiche, forse perché sono quelle che permettono all’uomo di progredire concretamente, anche se certo non è che quelle umanistiche non siano importanti: basti pensare, che so, a quanto un libro possa cambiarti.

Il mio prof. di storia e filosofia non lo scorderò di sicuro.
Preparato, attivo, anche troppo :). Un po’ esagerato, forse.
Filosofia mi piaceva, e l’ho portata anche alla maturità.
Comunque, dicevo, il mio prof. aveva inventato alcuni metodi potrei dire innovativi – almeno rispetto agli altri prof. – per spronare e insegnare nuove abilità. Cose che ad oggi posso dire mi sono state probabilmente utili nella formazione, ma che erano terribilmente pesanti.
Tralasciando le verifiche sempre a sorpresa :), ciò che mi ricorderò forse di più fu il riassunto di un libro di storia in rapporto 1:10. Insomma, avete un libro di 200 pagine? Ok, dovete scriverne 20. Non di più, non di meno.
Riassumere la storia non è per niente facile, soprattutto se quando lo fai hai 16 anni e non hai mai affrontato un compito  del genere.
Il libro era uno di approfondimento, tipo, che so, il Medioevo in Toscana.

Riguardo la filosofia, devo dire che ad oggi mi sono scordato parecchie cose.
Tuttavia, concordo con delle parole che ho letto in rete, e cioè che a volte studiare qualcosa non è utile tanto per aumentare il proprio bagaglio culturale, ma soprattutto per acquisire nuove capacità, nuovi tipi di visione.
Non ci avevo mai pensato in modo così netto, prima.
Certo, magari di latino se ne sarebbe potuto fare un po’ meno. Il latino comunque mi piaceva, e infatti andavo bene, al contrario della maggior parte della classe.
Mi chiedo perché il latino mi piacesse. E non ho una risposta. Ci ripenserò.

Non ho mai fatto una di quelle cene-rimpatriata coi miei compagni di scuola dell’epoca, e volete sapere una cosa? Mi sa che è meglio così, tenere quei ricordi così come sono non mi dispiace.

Quei baci col rossetto

Me la ricordo, la mia compagna delle medie.
Sì, lei che mi piaceva un po’.
Secondo me, fu opera sua.

Terza media. Suona la campanella: ricreazione.
Prendo la merenda dallo zaino, e mi unisco ai compagni per giocare.
Distratto, non mi accorgo di cosa sta accadendo al mio diario, al mio diario di Italia ’90.
Tornato a casa ignaro, dopo pranzo lo sto sfogliando, quando mi accorgo che su una pagina c’è… un bacio! E non su una pagina qualsiasi, ma sul “giorno dell’amore”, San Valentino.
E non un solo bacio, no, ma due baci sul 14 febbraio e altri due sul 15.
Eccoli!

…in quanti modi avrebbe potuto proseguire questa storia.
Eppure, ad oggi non so nemmeno di chi siano, quei baci.
Sebbene scorga una certa poesia in quei baci senza nome, penso che avrei potuto fare qualche verifica! Non so, avete presente la scarpetta di Cenerentola?? Magari avrei potuto fare da… scarpetta, per delle labbra che avevano probabilmente ancora voglia di baciare.
Non ricordo perché non indagai; so però che a quel tempo le ragazze non mi interessavano troppo, ero preso più che altro dai videogiochi.

Ma lei un po’ era nei miei pensieri, se me la ricordo ancora.
Lei, che si riuniva sempre con le sue due amiche del cuore, e le vedevi tutte e tre confabulare, chissà su cosa.
Lei, che in piscina era elegante, e carina, nel suo costume intero, pur rimanendo discreta.
Lei, che è ormai un pensiero sfumato, ma il cui modo di essere me la fa ricordare sorridente e serena.
Le ero simpatico, e ogni tanto scherzavamo, parlavamo un po’, ma niente di più.
Forse… forse non era solo che non mi interessavo così tanto alle ragazze, forse era anche la mia timidezza, o semplicemente non mi piaceva… abbastanza.

Quando ho visto quei baci ho pensato che avevamo tredici anni, e da quel rossetto mi sono chiesto se già le ragazze si truccassero. Perché si dice tanto che le abitudini sono cambiate… ma allora? No, non mi pare venissero truccate a scuola; credo proprio che, quella volta, quelle labbra si colorarono di rosso per quel gioco romantico e misterioso, che per me è ora un tenero ricordo


Margaret Mazzantini alla Festa del libro 2011 di Roma

Le luci si spengono, e i toni caldi della sala diventano scuri. Sul palco risaltano le due poltroncine semicircolari rosse, illuminate da due occhi di bue. Entra l’intervistatore, Marino Sinibaldi, introduce la manifestazione, e poi presenta la scrittrice: Margaret Mazzantini.

Volevo prender parte a qualcuna delle varie interviste/racconti che la Festa del libro e della lettura prevedeva. Questa sera erano in programma, in contemporanea, Margaret Mazzantini ed Elmore Leonard, in due sale diverse. Confesso che non ho letto un libro di nessuno dei due, e che se avessero fatto un’interrogazione tipo quelle di scuola con “alzi la mano chi ha letto almeno un libro dell’autore” avrei dovuto nascondermi sotto la poltrona :). Ma chi doveva parlare erano loro, e io poi ero interessato, per cui ero giustificato 🙂

Be’, avevo quasi scelto Elmore Leonard perché dalle informazioni sul suo intervento avevo appreso che avrebbe probabilmente parlato delle regole che secondo lui uno scrittore dovrebbe seguire.

Però, mi sono reso conto che, probabilmente, la Mazzantini avrebbe parlato di più di relazioni ed emozioni, e siccome nel libro che teoricamente vorrei scrivere ci dovrebbe essere un bel po’ di quella roba lì, allora ho optato per lei.

Come è fatto uno scrittore?
Poco tempo fa ho passavo per una libreria e ho assistito a una breve intervista a Wilbur Smith, e devo dire che di lui diresti “sì, potrebbe fare lo scrittore” (se non sapessi che già lo fa). Della Mazzantini non direi proprio la stessa cosa, ed in effetti lei non è scrittrice da sempre.Forse mi immagino gli scrittori tutti pensosi e riflessivi?

Lei no, lei era … agitata, ma no, non è il termine giusto, come dice lei è irrequieta e si vede tantissimo. Parla parla, e parla veloce, ma alla fine mi è piaciuto come ha parlato, mi è piaciuto perché si vedeva la sua passione per isuoi libri e per la scrittura, per le storie.

Già, perché sebbene il titolo della conferenza/intervista fosse “come scrivo i miei libri”, in realtà una buona mezz’ora è andata nella descrizione del suo ultimo libro, “Nessuno si salva da solo“, ma d’altra parte è giusto, e l’argomento ha comunque aperto la via ad altri.

Il titolo dice che glielo ha praticamente suggerito un signore anziano, che una sera al ristorante le ha chiesto “preghi per me, che nessuno si salva da solo”.

E il ristorante sembrerebbe essere per lei un luogo di ispirazione. Racconta come spesso dica al marito di stare zitto perché deve ascoltare le conversazioni degli altri (e Sinibaldi commenta “è una buona scusa per far star zitto il marito!“)

Sì, si fa i fatti degli altri, e in questo mi ci sono ritrovato :). E credo che solo con un’attenta osservazione del mondo, una persona possa poi raccontarlo. Infatti lei dice che è attenta ai dettagli, e questo si è sentito tanto quando ha descritto i personaggi del suo libro, ne parlava come se fossero persone vere, che conoscesse realmente.

E mi è tornata in mente una frase che ha detto Saviano nell’intervista sul primo dvd di “io scrivo”, il corso di scrittura del Corriere della sera, e cioè che leggendo un romanzo, se è scritto bene, è come se tu fossi stato nella storia narrata, e appunto la Mazzantini parlava di quelle persone come fossero state vere.

Sulla scrittura in senso stretto Margaret Mazzantini ha detto che non vede le scuole di scrittura come assolutamente necessarie, anche perché lei è arrivata ad essere scrittrice in uno strano modo, e il primo libro l’ha scritto su un quaderno che il marito le aveva regalato mentre erano a Parigi e lui lavorava. Fino ad allora non aveva avuto sentore che avrebbe potuto avere successo a scrivere.

E, cosa più importante, ha sottolineato ciò che mi era già arrivato da un altro libro che sto leggendo, e cioè che scrivere in senso professionale è un lavoro, e puoi avere tutto il talento che ti pare, ma poi devi metterti lì e stare ore e ore seduto a tirar su il tuo libro.

Riguardo la trama e la storia, quando parte non va avanti alla cieca ma ha già un po’ in mente ciò che succederà, sebbene confessi che le piace perdersi nelle storie laterali.

Come Wilbur Smith, anche la Mazzantini ha sottolineato come si soffermi sull’imperfezione, perché l’imperfezione è la realtà e ci rende diversi gli uni dagli altri. E come, con particolare riferimento alla sua ultima storia, l’imperfezione sia presente non solo nelle persone, ma anche nelle relazioni che si instaurano tra di esse.

Margaret Mazzantini ha parlato tra un personaggio e l’altro anche un po’ della sua vita, e mi ha colpito una cosa che ha detto a un certo punto. Non la ricordo esattamente, ma insomma era che quando si arrabbia, quello che ucciderebbe – diciamo scherzando ma non troppo – è proprio il marito, perché è proprio da lui che non si aspetterebbe certe cose. Insomma quella rabbia per qualcosa che può fare viene proprio da quella stima che prova per lui, per il credere in lui. E mi ha colpito perché mi è capitato qualcosa di simile, e… ho capito esattamente cosa voleva dire.

Alla fine Sinibaldi ha chiesto alla Mazzantini di leggere un brano del libro, e lei si è messa a sfogliarlo per decidere da che punto attaccare. I secondi passavano, regnava il silenzio totale, quando lei all’improvviso fa: “Sono simpatica a tutti sto sul cazzo solo a te”. E Sinibaldi, col quale sembravano amici, sottolinea sorridendo: “non era una sua affermazione finale…” :-D. Ilarità generale :). Immagino fosse appunto una frase del libro, anche se poi il brano scelto è stato da tutt’altra parte.

Vicino a me c’era l’ufficio stampa dell’Auditorium, che concretamente era una ragazza che durante l’intervista scriveva un pezzo su un netbook. Non so se fossero solo appunti, perché pensavo che forse è meglio scrivere di un fatto quando l’hai visto tutto, per soffermarti sui punti che sono stati quelli salienti. Be’, niente, solo una nota curiosa.

Sabato prossimo c’è il sociologo Bauman che parla di Facebook, forse ci vado. Sperando che non dica cose già sentite, ma non credo. E poi voglio vedere questo Bauman del libro “Amore liquido” che sento citare più volte.

Ah! Sebbene il nuovo libro della Mazzantini parli di un amore… imperfetto, cita la canzone One, degli U2. Un amore perfetto potrebbe esser visto come una fusione, come un unicum; e quel “one”, quel concetto che la canzone esprime, credo avesse tutto il diritto di stare di un libro che parla di una storia d’amore, comunque essa vada a finire.

Link a One

Le regole, e i muri

Letto sul muro di una scuola:

Teacher leave them kids alone

🙂

[Pink Floyd, The Wall, Another Brick In The Wall – Part II]

Pink, il personaggio protagonista dell’album, costruisce il suo muro (mentale), isolandosi, a causa di varie situazioni di disagio, tra cui l’eccessivo controllo autoritario che subisce a scuola.

Quanto devono essere dure le regole?
Credo debbano esistere, ma credo che l’eccessiva autorità produca danni al pari della mancanza di regole.