Lettere d’amore

Per scrivere una buona lettera d’amore bisogna iniziare senza sapere che cosa si vuole dire e finire senza sapere cosa si è scritto.

 

[Jean-Jacques Rousseau]

 

… se penso a certe cose che ho scritto, e le considero secondo l’ottica di cui sopra, be’, credo allora di avere qualche talento in proposito :-).
Avrà ragione Rousseau?
Io penso di sì, anche se mi chiedo al contempo quanta razionalità e sentimento mettere nelle questioni d’amore. Credo che troppa razionalità non vada per niente bene, ma nemmeno lasciarla tutta da parte.

Dieci euro? Ma è un pezzo di plastica!

Quelle riportate nel titolo sono le parole di una ragazza che aveva appena chiesto a un venditore pachistano il prezzo di un palloncino… di San Valentino.
Un grosso palloncino rosso a forma di cuore, con un orsacchiotto (sempre parte del palloncino) che spuntava sulla sommità.
Tipo questo, con l’orsacchiotto, però! 🙂palloncino cuore per san valentino
Che dire?
La ragazza ha ragione, ma anche il pachistano sa il fatto suo! 🙂
Purtroppo quella è la foto del bieco sfruttamento dei sentimenti. E se lui sta lì e fa quel prezzo, state pur sicuri che ne venderà. Magari trattando, ma ne venderà.

Si sa, l’amore fa fare cose stupide, e volete forse che non ci sia qualcuno che non ha comprato il regalo e che trovi in quel palloncino un’ancora di salvezza, pur a un prezzo spropositato?

Mi sono chiesto se è giusto che in amore si facciano a volte dei ragionamenti poco ragionati, delle pazzie magari troppo pazze.
E sapete che vi dico? Che sì, per me è giusto che sia così.

Non che sia troppo rassicurante, cioè può capitare che non tu non abbia il pieno controllo della tua razionalità.
Però siamo fatti così, anche quello fa parte di noi.

Ti innamori, fai un figlio, e poi ti lasci

Certo che l’essere umano è proprio una macchina perfetta.
Pensavo all’amore, anzi per la precisione all’innamoramento.
È curioso come certe situazioni ci facciano perdere parzialmente le nostre capacità intellettive, la nostra razionalità calma e tranquilla. Subentra il più delle volte un’illusione, in cui, complice anche una conoscenza parziale, l’altro diventa qualcosa di speciale e meraviglioso. Poi, magari, dopo un po’, quando la passione si spegne e cominci a ragionare di più, ti accorgi che non è proprio come pensavi, e tutto può finire.
E visto che mi chiedo sempre perché l’essere umano funzioni in certi modi, mi sono chiesto: ma questo, quella perdita d’intelletto, non è un difetto?
Ebbene, no, perché secondo me tutto ciò è estremamente utile ai fini della riproduzione. Il discorso è molto da “ragioniere” 🙂 (mi perdonino i ragionieri), ma secondo me logicamente funziona perfettamente.
Infatti, questa temporanea “stupidità” fa sì che, potenzialmente, due persone, attratte anche sessualmente l’una dall’altra, mettano al mondo un figlio prima di accorgersi che il partner non è proprio colui che hanno visto in precedenza.
Poi il bambino in qualche modo crescerà, magari non al meglio, però è al mondo, e non solo, ha le caratteristiche genetiche dei genitori, che sono riusciti a far sopravvivere quella che, in un certo senso, è la loro essenza.

In un libro, credo ne Il giorno in più (di Fabio Volo), la donna  dice all’uomo che per lei è importante fare un figlio con una persona che sappia essere un buon padre più che con un uomo che si ama. Così (aggiungo io, ma mi pare ci fosse scritto qualcosa di simile), se anche si lasceranno, il bambino avrà un genitore capace di allevarlo.
Be’, sinceramente non credo che un solo genitore sia l’optimum per allevare un figlio, perché credo che un figlio abbia bisogno di due caratteri diversi, diciamo uno più dolce e uno più fermo, tanto per dirne una; e non so quanto una stessa persona possa offrire caratteristiche praticamente opposte.
Con questa digressione – che è diventata un altro mezzo post – voglio dire che secondo me è sicuramente importante fare un figlio con qualcuno che possa essere un buon genitore, ma è riduttivo, perché ritenendo che sia importante che i genitori siano due, un amore che li possa far stare insieme per la vita offrirà poi al figlio qualcosa che una persona sola non potrebbe dare.
Intendiamoci, spesso ci sono coppie che sono ben peggiori di una persona sola; tutto quello che ho scritto ipotizza la “condizione migliore”, che cioè i due genitori siano capaci di fare i genitori.
Pensare qualcuno come un genitore per nostro figlio è moltissimo, ma sinceramente vedo l’amore come qualcosa di ancora superiore, e io non riuscirei certo a fare un figlio con una donna che ritengo solo poter essere una brava madre, non basta.
Ma chi lo sa che succederà, il futuro ci riserva così tante sorprese.

Libero

Libero. Mi sento in questi giorni esattamente così.
E` una bella sensazione, e non era così da un bel po’ di tempo.
Guardo la mia scrivania e mi accorgo che adesso è anch’essa libera; e penso che spesso, anche se non sempre, l’ordine intorno a te rispecchia il tuo ordine interiore.

Perché mi sento libero?
Perché ho risolto, ho capito fino in fondo una questione che mi ha dato da pensare per mesi e mesi. E a risolverla mi ha aiutato il libro sulla felicità di cui parlai, che ha svolto egregiamente la sua funzione 🙂
Ma non è così semplice, e non è stato, come pensavo, il blog in sé ad aiutarmi e sistemare i miei pensieri, ma è stato il blog che ha fatto nascere un breve scambio di messaggi che ha portato alla segnalazione di quel libro.

E il libro mi ha portato all’altro libro, quello sulla scrittura.
Ed è stato grazie alla scrittura che ho compreso definitivamente quei pensieri che erano, evidentemente, ancora un po’ aggrovigliati.
E a dire il vero mi ero già avviato verso quel sistema per capire meglio la questione, ma da quando ho letto che scrivendo vedi le cose più oggettivamente, che percepisci le tue sensazioni come se fossero un po’ staccate da te, e che man mano che riscrivi di fatti complessi ti focalizzi sui punti fondamentali, ecco, mi sono messo a scrivere (per conto mio)  con un impegno che non avevo mai messo prima.

Perché scrivere di certe cose può risultare non del tutto piacevole, però se qualcuno ti dice che ci sarà un risultato, allora tu lo fai sicuramente più invogliato.

Il libro della felicità ha portato un altro risultato decisamente interessante: mi ha fatto riflettere in un modo nuovo rispetto alle nostre componenti razionale e istintiva. E certe volte mi sembra quasi di distinguerle chiaramente; e forse è impossibile, però sono sicuro di vedermi diversamente da prima. E mi sembra qualcosa di estremamente potente.

Libero… ecco, in realtà volevo parlare di un’altra libertà, quella di scrivere sul blog.
E` paradossale, ma non raramente la libertà è il controllo.
Perché quando decidi tu i limiti, allora sei chiaramente libero.
E ci pensavo perché ieri sono stato un po’ indeciso se scrivere quel post.
Riflettevo oggi su quali fatti sia opportuno per me scrivere qui, e mi sono detto che in realtà mi è già abbastanza chiaro: ce ne sono alcuni su cui non ho dubbi a tenere solo miei, e di quelli non scriverò; quelli su cui ho dubbi, be’, non sono in realtà così importanti, e scriverne ci può stare.

Perché poi non mi piace troppo un blog impersonale. Il blog è per certi versi uno strumento tecnico dove puoi pubblicare di tutto, anche articoli giornalistici.
Eppure, per la sua stessa struttura, è stato ideato per essere una memoria personale, tanto che in numerosi template viene dato molto risalto alla data.
Insomma, secondo me il blog nel senso più autentico del termine è un blog che dica qualcosa di te.
E` vero, si può parlare di sé in molti modi, senza essere troppo espliciti.
Però, mi ritrovo a sentire quei blog in qualche modo distanti, come in fondo è l’intenzione dell’autore.

Ora che sto terminando questo papiro, ripenso al titolo, e trovo che questo sia forse il post più appropriato per questo blog: chi potrebbe scrivere un post intitolato Libero, se non un gabbiano? 🙂

Un manuale di istruzioni per la felicità

Il portatore e l'elefante
In questi pochi mesi di blog è successo più di quanto mi aspettassi.
Uno dei fatti rilevanti è stato sicuramente un consiglio che ho ricevuto riguardo la lettura del libro Felicità: un’ipotesi, di Jonathan Haidt.

Il titolo del mio articolo si riferisce proprio ad esso: è in parte, secondo me, un po’ un manuale di istruzioni, perché prima di parlare di felicità spiega come siamo fatti mentalmente, come e perché agiamo in certi modi.
Utilizza una metafora ricorrente, quella del portatore e dell’elefante, dove il portatore è la parte cosciente e razionale di noi, che cerca di governare la ben più ampia e antica parte automatica e irrazionale, l’elefante.
Sebbene abbia letto solo un terzo del libro, trovo che l’approccio che segue sia corretto: non possiamo capire dove e come cercare la felicità se non capiamo come siamo fatti noi stessi.

Il libro, che è quindi un libro di psicologia e psicosociologia con alcuni agganci alla filosofia, contiene numerosissimi riferimenti bibliografici, e mi sta piacendo molto perché, pur non approfondendo eccessivamente alcuni argomenti, sono sicuro che sarà per me un buon punto di partenza per ulteriori letture nell’ambito della psicologia.

Mi piacciono molto i manuali di istruzioni, sia perché so che per crearli ci vuole un bel po’ di lavoro, ma principalmente perché contengono un distillato di conoscenza sull’oggetto in gioco.
E trovo che sia opportuno leggere qualche “istruzione” anche su di noi, perché molte cose possiamo apprenderle con l’esperienza, ma certe credo che non le vedremo mai così chiaramente come sono riusciti a fare studi portati avanti per anni.
In effetti, alcune considerazioni del libro le avevo già elaborate personalmente, o alcune sono addirittura note comunemente; molte, però, sono state per me già molto illuminanti. Illuminanti nel vero senso della parola: mi trovo a guardare le persone sotto un’ottica un po’ diversa dal solito.

Credo che parlerò in futuro di alcuni concetti del libro, che necessiterà probabilmente per me almeno di una rilettura. Intanto, sto prendendo appunti!

Haidt: felicità, un'ipotesi

… si lanci, accidenti a lei!

Mia piccola Amélie, lei non ha le ossa di vetro. Lei può scontrarsi con la vita. Se lei si lascia scappare questa occasione con il tempo sarà il suo cuore che diventerà secco e fragile come il mio scheletro. Perciò… si lanci, accidenti a lei!

(Raymond Dufayel, L’uomo di vetro – da Il favoloso mondo di Amélie)

“L’uomo di vetro” è un vicino di casa di Amélie, di professione pittore, che deve questo soprannome ad una malattia congenita: le sue ossa tendono a frantumarsi con molta facilità; per questo non esce quasi mai di casa, e tutto nella sua casa è imbottito per evitare urti.

Litigare

Una cosa però l’ho imparata. Per conoscere bene la gente, bisogna averci litigato seriamente almeno una volta.

Lo scrive Anna Frank sul suo Diario.
Questo pensiero è esattamente quello che, nel tempo, ho sviluppato io.

Nelle litigate si attiva il nostro istinto primordiale, quel non so che di attacco o difesa, ma, essendo noi anche esseri razionali, ci si limita, e si bilanciano quelle tendenze attraverso l’educazione e il ragionamento sui limiti da non superare.
Ma arrivando vicini a quei limiti si mostra qualcosa di noi di diverso dal  normale contesto, a volte qualcosa di cui magari poi non siamo troppo fieri.
Il modo in cui gestiamo i nostri aspetti negativi e animaleschi,  racconta secondo me qualcosa molto importante di noi.

Non credo certo che si possa dire come è una persona solo da come litiga, ma non credo neanche che questo aspetto sia trascurabile.

Poi, ritengo molto importante il comportamento post-litigata, e l’eventuale perdono, sempre che l’interlocutore dimostri come abbia capito il suo errore, come si sia lasciato trasportare oltre il limite che a freddo si accorge di aver superato (sempre che questo superamento non venga poi reiterato ancora e ancora).

Detto ciò, credo a volte di essere troppo impulsivo e spero che il tempo mi porti maggior saggezza. Ma quando vengo destato dall’indignazione, ritengo anche appropriata una certa veemenza. Sempre che l’indignazione derivi da una giusta causa.

[articolo modificato rispetto la  prima versione il 10 settembre 2010 alle 12:59]