Il pensiero e il rumore

E` vero, il rumore distrae. Sicuramente distrae me quando devo concentrarmi, ma la mia affermazione, in questo caso, si riferisce a quando vogliamo concentrarci sui nostri pensieri più profondi, sulle nostre emozioni.

Tra i consigli che propone il libro di cui vi ho parlato pochi giorni fa c’è quello di scegliere un luogo per la scrittura che sia al riparo dalle distrazioni, siano esse odori o rumori. In questo modo, sostiene l’autore, si riuscirà più facilmente a entrare in contatto con i pensieri più profondi, quelli legati alle nostre emozioni.

Pensavo come effettivamente le distrazioni ci facciano rimanere in superficie; pensavo per esempio come non mi vengano articoli troppo riflessivi quando sono distratto da tante altre cose.
Evidentemente siamo fatti così, se poniamo attenzione al mondo circostante non riusciamo a concentrarci sul nostro mondo interiore.
Non so se questo sia un bene o un male; penso che magari tra un milione di anni, chissà, saremo in grado di concentrarci contemporaneamente su entrambe le cose?
Potrebbe anche essere.

Certe volte mi piace quando mi trovo in silenzio e mi vengono pensieri vari in mente, e poi questi come volteggiando sembrano agganciarsi, e formarne di più complessi, fino a che uno di senso compiuto e più ampio prende vita.
Penso ora, preso da questi consigli sulla scrittura, che forse se cominciassi a scrivere quei pensieri che volteggiano potrei farne agganciare altri più facilmente. Ma non ne sono del tutto sicuro. Cioè, sì, sicuramente se ne aggancerebbero degli altri, tuttavia sto valutando se il pensiero libero, non scritto, consenta di vagare tra spazi più lontani, mentre la scrittura porti a una maggior consequenzialità.
Vediamo un po’. Intanto ho ordinato pure il libro che basandosi sull’altro dà dei consigli pratici e dovrebbe contenere anche indicazioni sulla scrittura creativa.

La crescita personale attraverso l’espressione delle emozioni

Come un bambino apre raggiante i regali la mattina di Natale, oggi prendendo in mano il libro “Opening up – The Healing Power of Expressing emotions“, ero raggiante anche io.
Perché per quanto ho potuto leggerne prima di conoscerne l’esatto contenuto, credo sia uno dei libri che può cambiare in meglio la vita delle persone. Dopotutto, non era forse citato nel libro della felicità? 🙂
Ero raggiante perché come col libro della felicità ho avuto da subito l’impressione, che a questo punto ritengo corretta, che fosse uno di quei momenti che aprono l’esplorazione verso settori che non avevi mai preso in seria considerazione. Perché quello che tenevo in mano non era solo un libro, ma uno strumento che potrebbe far parte di tutta la mia vita.

Come dice il titolo, che tradurrei in “Aprirsi – Il potere curativo dell’esprimere le emozioni” (si accettano traduzioni che suonino meglio), il libro parla della scoperta che ha fatto l’autore, James Pennebaker – professore di psicologia – , trovando una correlazione tra lo stato del sistema immunitario (e la salute in generale) e l’abitudine a mettere per scritto i propri pensieri, ma soprattutto le proprie emozioni.

Devo dire che ad alcune considerazioni che ho letto, per ora molto velocemente, ci ero arrivato anche io. Uno dei punti fondamentali è quello che io chiamo il “parcheggio dei pensieri“: una volta che scrivi quache tuo pensiero, è come se lo estraessi da te, e lo parcheggiassi sul foglio. Quel pensiero rimarrà con te, ma non lo penserai più come prima.

Credo che inaugurerò un tag apposito per il libro, e forse userò il blog come una specie di appunti, ma non ne sono del tutto sicuro. Questa è una specie di anteprima. (ma non vorrei che andasse a finire però come il libro sulla felicità, di cui volevo dire molto ma che mentre devo ancora finire ho sospeso in favore di quest’altro, che desideravo leggere con molta curiosità 🙂  – comunque c’è sempre tempo e mi sono segnato i brani che ho ritenuto più importanti).

Mi hanno colpito le due dediche che Pennebaker scrive al padre e alla madre:

To my mother,
Elizabeth Withing Pennebaker,
who taught me to laugh with others
and at myself.

And to my father,
William Fendall Pennebaker,
who aroused my curiosity
about the world

A mia madre,
Elizabeth Withing Pennebaker,
che mi ha insegnato a ridere con gli altri
e di me stesso

E a mio padre,
William Fendall Pennebaker,
che ha stimolato la mia curiosità
riguardo il mondo

Trovo che siano due dediche molto belle e trovo che quelle due qualità trasmessegli dai genitori siano due tra quelle che un essere umano dovrebbe sicuramente possedere.

Opening up - copertina
Opening up - copertina

Scopro ora :-), che del libro ne esiste una traduzione italiana, “Scrivi cosa ti dice il cuore, Autoriflessione e crescita personale attraverso la scrittura di sé” – Edizioni Erickson – http://www.erickson.it/erickson/product.do?id=104. (al link c’è anche un estratto pdf del libro in italiano). Ecco la traduzione “migliore” (a volte, in effetti, occorre stravolgere un po’ il titolo, anche se stavolta forse è un po’ tantino)

A dire il vero non credevo esistesse la versione italiana, comunque visto che non sembro avere problemi nella comprensione della versione originale, sono contento di avere quella.

Note: questo libro non è troppo pratico, nel senso che descrive la questione più che altro dal punto di vista teorico. Un altro, di cui vi parlerò a breve, riporta alcune indicazioni su come procedere effettivamente.

Intermezzo-gabbiano #1

Le energie-gabbiane sono momentaneamente dirottate per lo più altrove :), e sono un po’ in pausa scrittoria perché paradossalmente avrei molte cose da scrivere, però in genere mi vengono in mente un po’ impegnative, e allora mi servirebbe tempo per approfondire e ricontrollare e… lascio perdere :).

Forse mi ero fatto coinvolgere un po’ troppo dal mondo-blog, che poi ti ritrovi che leggi pensieri su pensieri, e commenti di qui e di là, ma… non so, anche pensare troppo non fa mica tanto bene. Ecco, spesso faccio così, esagero per la curiosità, poi magari riequilibrio il tutto. (in realtà penso sempre e comuque :-D, però ecco, se i pensieri sono solo miei magari li incanalo per costruire qualcosa – sebbene ritenga comunque che lo scambio di opinioni possa essere molto utile)

Sta crescendo in me l’interesse per studi riguardo la creatività e le capacità cognitive. Trovo che come ci insegnano l’italiano forse ci dovrebbero insegnare come sfruttare le nostre capacità al meglio, ma non si fa perché tutto sommato ce la possiamo cavare da soli. Però perché non velocizzare il processo?

Diciamo che mi ha molto stimolato il libro sulla felicità di cui parlavo (non ancora terminato), dove – non sorprendentemente perché è un libro di psicologia con un po’ di filosofia – si descrivono numerosi meccanismi della mente che, se noti, possono essere sfruttati nella direzione voluta.

Per ora, un saluto a tutti

Ps:  il titolo scelto per il post del libro è veramente indecoroso :-), però, be’, avevo appena iniziato a leggerlo. Magari lo cambierò.

Un manuale di istruzioni per la felicità

Il portatore e l'elefante
In questi pochi mesi di blog è successo più di quanto mi aspettassi.
Uno dei fatti rilevanti è stato sicuramente un consiglio che ho ricevuto riguardo la lettura del libro Felicità: un’ipotesi, di Jonathan Haidt.

Il titolo del mio articolo si riferisce proprio ad esso: è in parte, secondo me, un po’ un manuale di istruzioni, perché prima di parlare di felicità spiega come siamo fatti mentalmente, come e perché agiamo in certi modi.
Utilizza una metafora ricorrente, quella del portatore e dell’elefante, dove il portatore è la parte cosciente e razionale di noi, che cerca di governare la ben più ampia e antica parte automatica e irrazionale, l’elefante.
Sebbene abbia letto solo un terzo del libro, trovo che l’approccio che segue sia corretto: non possiamo capire dove e come cercare la felicità se non capiamo come siamo fatti noi stessi.

Il libro, che è quindi un libro di psicologia e psicosociologia con alcuni agganci alla filosofia, contiene numerosissimi riferimenti bibliografici, e mi sta piacendo molto perché, pur non approfondendo eccessivamente alcuni argomenti, sono sicuro che sarà per me un buon punto di partenza per ulteriori letture nell’ambito della psicologia.

Mi piacciono molto i manuali di istruzioni, sia perché so che per crearli ci vuole un bel po’ di lavoro, ma principalmente perché contengono un distillato di conoscenza sull’oggetto in gioco.
E trovo che sia opportuno leggere qualche “istruzione” anche su di noi, perché molte cose possiamo apprenderle con l’esperienza, ma certe credo che non le vedremo mai così chiaramente come sono riusciti a fare studi portati avanti per anni.
In effetti, alcune considerazioni del libro le avevo già elaborate personalmente, o alcune sono addirittura note comunemente; molte, però, sono state per me già molto illuminanti. Illuminanti nel vero senso della parola: mi trovo a guardare le persone sotto un’ottica un po’ diversa dal solito.

Credo che parlerò in futuro di alcuni concetti del libro, che necessiterà probabilmente per me almeno di una rilettura. Intanto, sto prendendo appunti!

Haidt: felicità, un'ipotesi

Il bisogno di confessarsi

Avendo oggi atteso una fila di due ore dal barbiere, ho avuto modo di acculturarmi su molto dello scibile umano 🙂 (composto, in quell’ameno ambiente, per lo più da GQ e Vanity Fair :), ma anche Wired).

Mi è capitato di leggere un articoletto, che ricordo solo in parte, perché ero ormai un po’ stordito, in cui si metteva in luce una domanda che, mi pare, Sant’Agostino si fece scrivendo le sue Confessioni, che erano rivolte al Signore: che senso ha scrivere delle confessioni rivolte a Dio, se Lui sa tutto?
In effetti…

E l’articolo proseguiva facendo notare ciò che avevo già pensato: esprimere i propri pensieri, in forma orale o scritta, come per esempio sui blog, è come se li rendesse reali, se li definisse in maniera migliore rispetto a come sono nella nostra mente.

Mi accorgo spesso di come riesca a ragionare meglio su certe cose anche solo scrivendole, e credo possa essere perché la nostra mente pensa molte cose insieme, mentre quando scrivi o parli con qualcuno, linearizzi i tuoi pensieri.

L’articolo continuava sostenendo che probabilmente il desiderio di intrecciare rapporti anche solo epistolari con persone più o meno sconosciute, di scrivere un blog, è dato dal voler, magari inconsciamente, confessarsi.

Mah, non so, diciamo che non credo sia solo questo, ma ripensando ad alcune cose che ho scritto qui, posso dire davvero di aver fatto delle confessioni, in cui ho omesso alcuni dettagli.