La Caravaggio experience

Ritrovo per l’ennesima volta un post del Palazzo delle Esposizioni di Roma sulla bacheca Facebook, che parla dell’installazione “Caravaggio experience” che mostra le opere di Caravaggio proiettate unitamente a musiche sincronizzate in un ambiente coreografico, dove ad esempio siete circondati da un mare proiettato su grandi pareti.
Be’, sarà forse che non sono così appassionato da Caravaggio, però sono stato tempo fa al Palazzo delle esposizioni a vedere la mostra di Botero, “Via Crucis“, e mi sono diretto poi alla “Caravaggio experience” al piano di sopra.
Sono rimasto due minuti e poi me ne sono andato, perché una cosa è vedere dei quadri, una cosa è vedere dei quadri proiettati. Di parere diverso le decine di persone che stavano lì, che dirvi.
La mostra di Botero mi è piaciuta, la Caravaggio experience secondo me aveva un senso relativo, e non sarebbe assolutamente valsa il biglietto da sola, ma quando entri per vedere una mostra puoi vedere tutte quelle esposte.
Ripenso peraltro a come al giorno d’oggi le cose si rendano spesso più “fighe” usando delle parole inglesi, e mi chiedo se per Caravaggio questo sia stato il caso

Una sera con Audrey

Se il filmato che vedrete ballerà un po’, è perché mentre lo riprendevo ero emozionato.
È passato un po’, da quella sera del 19 novembre, ma per certi versi sono così appropriati questi giorni, per scriverne.
Perché quel balletto elegante mi fa venire in mente in qualche modo anche un ballo di capodanno, un ballo romantico e intimo, quasi da sogno.

Ma di quale balletto stiamo parlando? Di quello intitolato Dedicato ad Audrey: Colazione da Tiffany, che, come potete intuire, ha voluto essere un omaggio a Audrey Hepburn, con una danza sulle note di quella che si può definire la canzone di Colazione da Tiffany: Moon River.
E se ero emozionato è forse anche perché, poco tempo prima, qui, avevo un po’ sognato pensando a quella melodia, abbandonandomi, come qualche volta avviene ;-), a sogni romantici.

Il balletto si è tenuto presso l’Ara Pacis, in quell’unica sera del 19, la sera dei “Musei in musica”, arricchendo la mostra Audrey a Roma: esterno giorno, di cui vi avevo parlato.
Essere presenti a quel balletto, in quel luogo già speciale, vedere “Audrey” scendere da quelle scale, be’, si, mi ha emozionato!

Delle foto che ho fatto, credo che quella con cui ho aperto l’articolo colga più di tutte lo spirito del balletto. Ho preferito trasformarla, “anticandola” (anche grazie all’aiuto di una amica più brava di me nel fotoritocco), perché entrare quella sera all’Ara Pacis era come fare un viaggio nel tempo, tornando a quegli anni dalle foto in bianco e nero.

Ma volete forse vedere questo famoso ballo? Eccolo!

Per l’occasione, ho aperto su Youtube il nuovo canale-gabbiano, dove è stato inserito questo video.

Visto il balletto, ho visitato la mostra, apprendendo una notizia molto interessante, per me! Le sopracciglia di Audrey erano ad ala di… gabbiano! 😉
Non avevo mai notato quel particolare, e sembra che quell’accorgimento la aiutasse ad addolcire i lineamenti, così come i suoi mitici occhiali da sole grandi e tondeggianti.

Una foto di Audrey Hepburn a Roma

Osservando le foto di Audrey a spasso per Roma, come per esempio dal fioraio a Piazza di Spagna, si percepiva come fosse rimasta una persona semplice pur essendo già famosa.
Belli i vestiti in mostra, parecchi di Valentino. Sobri ed eleganti, come lei. Quello che mi è piaciuto di più è stato uno molto delicato, color malva, plissettato.
Ma oltre ai meri oggetti, Audrey ci ha lasciato anche un messaggio, un messaggio di generosità, col suo essere ambasciatrice Unicef, organizzazione a cui è stato devoluto parte dell’incasso della mostra.

Mentre giravo tra le foto, mentre curiosavo tra i vestiti, sentivo ogni tanto ripartire Moon River al piano di sopra (il balletto è stato ripetuto più volte), e quell’accompagnamento sonoro, che si andava ad unire a quelle sensazioni visive, infondeva al tutto una magia.

Che il nuovo anno possa essere per tutti voi sereno, come quella serenità che mi è giunta dal sorriso semplice di Audrey.

🙂

A passeggio tra le ninfee (di Monet)

Le ninfee di Monet

Sono affascinato dalle teorie unificatrici, quelle che riescono a spiegare molti fenomeni diversi secondo un unico meccanismo. Perché poi, possiamo guardare il mondo e l’universo sotto molti aspetti, ma tutto è interdipendente, e allora sono solo i nostri limiti che ci impediscono di capire come elementi apparentemente distinti siano collegati..
Per esempio, se non ci sono state evoluzioni che ignoro, la fisica cerca una teoria unificatrice che non distingua più le forze in nucleare forte e debole, gravità ed elettromagnetica, ma spieghi tutti i fenomeni secondo, appunto, un’unica teoria.

Be’, voi direte… “sì, però hai detto che parlavi di ninfee!” 🙂
Ci sono, ci sono. Arrivo al punto!
Ecco, proprio perché amo le teorie unificatrici, ciò che mi è rimasto impresso più di altro in una mostra sugli impressionisti visitata tempo fa, sono state alcune considerazioni sulla visione omnicomprensiva della natura e, addirittura, un paragone con Darwin.

Si trattava della mostra “Da Corot a Monet. La sinfonia della natura“, esposta al Complesso del Vittoriano a Roma.
Sono rimasto molto colpito dagli impressionisti, fin da quando visitai il museo Van Gogh ad Amsterdam, e non ho mai approfondito troppo, ma il mio interesse rimane vivo.
Ecco, la mostra al Vittoriano ripercorreva la visione della natura nella pittura francese, a partire da Corot, come da titolo, per arrivare alle splendide ninfee di Monet.
E ciò che appunto mi ha colpito è stato leggere che gli impressionisti non introdussero innovazioni solo nella tecnica pittorica, ma anche, per così dire, nella composizione, in ciò che era presente all’interno delle loro opere.
Mentre i canoni tradizionali, seguiti, anche se con piccole innovazioni, dai pittori – come Corot – della Scuola di Barbizon (dall’omonima località), prevedevano la rappresentazione dei soli elementi naturalistici, gli impressionisti introducono nel quadro anche gli elementi umani, come le persone, i ponti, e anche le prime industrie che stavano allora prendendo piede. La loro visione diventa una visione d’insieme, più realistica, moderna.

Ciò che mi ha veramente colpito è stata in realtà un breve spiegazione letta su un pannello della mostra. Faceva un bellissimo paragone tra queste innovazioni degli impressionisti e Darwin.
Così come, ora, gli impressionisti consideravano il panorama nel suo insieme, compresi anche gli elementi umani, così Darwin non guardava più gli esseri viventi singolarmente, ma li poneva in un contesto globale e applicava teorie prima elaborate in altri ambiti. Pensò infatti come quella stessa competizione che Malthus riferiva agli umani, era presente anche nella natura, ed era uno degli elementi portanti di quella che sarebbe stata poi la sua teoria dell’evoluzione.

Ho trovato questo incrocio tra impressionisti, Darwin e l’unificazione delle teorie estremamente affascinante.

La mostra concludeva con alcuni grandi quadri delle famose ninfee di Monet, delle tele panoramiche che rappresentano delle ninfee dai colori sgargianti, come quelle che il pittore poteva ammirare nel suo giardino della sua casa di Giverny.

Ma c’è di più!
Mentre visitavo la mostra mi è capitato di ascoltare una conversazione su Amélie! Amelié Poulain! Mi è sembrato incredibile, visto che non è che in giro sia proprio un argomento comune, ma dove poteva capitare se non lì?

Questo, in realtà, vorrebbe anche essere un post di fine anno 🙂
E visto che a fine anno si fanno dei propositi per il futuro, il mio semplice proposito è di visitare il giardino di Giverny, presso il quale Monet dipingeva le sue ninfee. E` vicino Parigi. Sì, mi piacerebbe.

E auguro anche a voi, cari lettori che stavolta vi siete letti un bel papiro, che ciò che desiderate diventi realtà, magari nel nuovo e si spera sempre migliore 🙂  anno nuovo!

Buon anno!

L’emozione… in uno scatto

La speranza - James P. Blair - National Geographic
La speranza - James P. Blair - National Geographic

Un mio amico è tornato da poco da un viaggetto, e mi ha fatto vedere via web le foto che ha scattato, diciamo un centinaio o forse qualcosa di più.
All’inizio le ho guardate con curiosità, poi, diciamo verso la quarantesima :), mi sono annoiato, e alla fine ho lasciato perdere.

Certo, vederne un numero eccessivo consecutivamente forse stanca comunque, però la questione, secondo me, è che una foto interessa gli altri solo se esprime qualcosa di particolare, se genera un sorriso, un’emozione.
A volte invece si vedono solo panorami statici che non vogliono dire molto per noi, mentre per chi ha scattato, almeno, essi significano tornare al momento in cui si era là, e qualcosa ci aveva colpito e spinto a immortalare quelle immagini. Non è facile catturare attimi che siano speciali non solo per noi ma per tutti.

E ho ripensato allora alla mostra fotografica National Geographic Il nostro mondo che ho visto qualche tempo fa, ho ripensato a quanto mi abbia colpito vedere tanta gente che si accalcava intorno a quelle foto, forse era bello più quello che le foto in sé :), rimango infatti molto colpito quando vedo un gran numero di persone che vogliono vedere, capire, emozionarsi.
Già, emozionarsi, perché le foto dei fotografi National Geographic, specie quelle scelte per la mostra, colgono delle particolari situazioni e credo possano essere paragonate a delle poesie, se ti fermi lì e le guardi un po’, cerchi di cogliere cosa vogliono esprimere.

Di questa ultima mostra, di cui trovate molte foto qui, la foto che ho inserito qui sopra è forse quella che mi ha colpito di più. Dovete immaginarvi una foto immensa, credo un tre metri per due, con questo cercatore d’oro che vi guarda. E mi ha colpito la sua espressione, che mi sembra esprima la fatica per un lavoro che a volte porta ben pochi frutti, ma contenga al tempo stesso quella speranza che fa andare avanti quella ricerca, è come se dicesse “è dura, ma sono fiducioso”.

Sebbene trovi che nella “normalità” ci sia molto da scoprire e da apprezzare, credo che ciò che nell’arte, e nella vita in generale, faccia la differenza, sia qualcosa di diverso, di originale, come quelle foto che generano emozioni.
In fondo, anche scoprire la bellezza di ciò che si pensa “normale”, scontato, ha qualcosa, in sé, di originale.
E ripensando alla foto del cercatore d’oro, forse è successo proprio questo, perché quell’emozione che la foto ha generato in me è venuta da chi ha saputo guardare quella persona stanca e un po’ sporca con un occhio diverso, da chi ha saputo coglierne l’anima.