Come sempre

Quasi mi veniva una poesia.
Come sempre riecco l’autunno, con le sue giornate in cui la luce si accorcia, con le temperature che vanno giù. Uff!

Certo, è anche un bel periodo se guardi la foto lì su, con le sue foglie rosse, ma specie col cambio dell’ora le giornate diventano veramente troppo corte secondo me.

“Come sempre”. Già. Parole rassicuranti, per certi versi, perché sai che tornerà la luce, e il calore, e tutto quanto. Ma parole che mi danno anche il senso del passare del tempo, tempo che sento passare velocemente. Tempo che sento più che altro sfuggirmi rispetto a tutto quello che dovrei fare.

Beh, non pensiamoci troppo, e pensiamo invece che questo è il primo post scritto con Gutenberg, il nuovo editor per chi scrive con WordPress, sia su wordpress.com che in generale. Apparentemente, non così diverso dall’editor precedente. Sarà forse che sono influenzato dal come sempre, stasera :). Carino il poter spostare i blocchi su e giù. E i colori più a portata di mano.

Ciao a tutti

Secondo me, la discriminante è il mare

È stato il primo anno in cui l’estate mi è piaciuta meno del solito.
Pensavo che forse la discriminante è il mare. Per vari motivi non mi sono mosso da Roma, e ti ritrovi ad agosto col caldo che incombe, la città che un po’ si svuota (non tanto, ma un po’ si nota), e insomma una situazione dove ti puoi chiedere cosa ci sia di positivo.
Quando vai al mare è un’altra cosa, il caldo è il benvenuto, anche se certo anche al mare troppo caldo può dare fastidio, e vedi l’estate sotto un altro punto di vista.
Continua a piacermi dell’estate la luce, quella sì, già penso a dicembre con quelle giornate corte corte.
Non lo so se la discriminante è il mare, comunque il mare dà secondo me un senso diverso all’estate.

L’inferno e la luce

L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

[Italo Calvino, Le città invisibili]

Questo meraviglioso accostamento, di musica e parole, non è opera mia, l’ho trovato qui, mentre, incuriosito, cercavo di saperne di più su Us and Them, canzone dei Pink Floyd appartenente all’album Dark side of the moon, del 1973.

Cosa dire di più…
Che io l’inferno non lo accetto. E che è vero, è molto complicato, capire cosa e chi non è inferno, e rischiare su di esso, e far sì che la sua luce possa espandersi, e illuminare il mondo. Occorre molta saggezza, e riflessione, e comprensione, e spero prima o poi di averle tutte quante.

Buon Natale

Albero di Natale rosso

Pensate alle gioie presenti
– ognuno ne ha molte –
non alle disgrazie passate –
tutti ne hanno qualcuna.
Riempite di nuovo il bicchiere
con volto radioso e cuore pago.
Mi ci gioco la testa che il vostro
sarà un Natale allegro
e un anno nuovo felice

Charles Dickens

 

Cosa dire di più del caro Charles? 🙂
Se pensiamo il Natale come momento di riflessione e di bilancio su noi stessi e su chi ci è vicino, credo che quelle parole possano essere una guida.
Non è facile sentirle davvero, per molto tempo ho letto simili esortazioni senza che producessero in me particolari effetti; da un po’, qualcosa è cambiato, e auguro anche a voi, nel caso così non fosse, che riusciate a gioire del presente e a immaginare un futuro che, come quell’immagine lì su, ci porti verso una stella luminosa.

Buon Natale.
Gabbiano Francesco.

Ore di luce: quasi al giro di boa!!

Ore di luce a Roma
Ore di luce a Roma (dal Daylight hours explorer)

Come ho già scritto, amo l’estate non tanto per il calore, che pure apprezzo quando non eccessivo, ma per la luce.
La luce mi dà energia, come credo la dia un po’ a tutti, e la notte, nonostante mi piaccia perché ci consente di vedere le stelle e perché in generale può essere fonte di ispirazione, non mi piace, quando è troppo lunga.

Sebbene l’inverno stia per iniziare e il clima potrà essere spesso rigido come in questi giorni, le giornate invece torneranno ad allungarsi proprio dal solstizio d’inverno, il 21 dicembre, e questo mi fa molto felice :).

Il 13 dicembre, Santa Lucia, contrariamente a quanto un noto detto recita (“Santa Lucia il giorno più corto che ci sia“), non è infatti il giorno più corto dell’anno, ma esso è, ovviamente, il solstizio d’inverno.
Il detto sembra sia nato molti secoli fa, quando era in vigore il calendario Giuliano, poi sostituito da quello Gregoriano nel 1582, quando dal 4 ottobre si saltarono 10 giorni e si passò direttamente al 15 ottobre. Si era infatti accumulata nel tempo, col precedente calendario, una discrepanza tra anno civile e anno solare, che noi cerchiamo di sistemare grazie agli anni bisestili.

Ho trovato in rete una piccola applicazione, il Daylight hours explorer, che, selezionando la latitudine desiderata e il giorno dell’anno, mostra (in ordinata, cioè verticale) quante ore di luce ci sono nella giornata.
Come si vede, stiamo per toccare il fondo, per risalire poi dolcemente al massimo di ore di luce, al solstizio d’estate.

La latitudine di Roma è 41°54’N, Milano 45°28’N.

Buona luce a tutti 🙂

Suonerie…rompiscatole!

Non so a voi, ma a me le canzoni usate come suoneria danno un po’ fastidio.
Più che altro, mi dà fastidio sentire un bel pezzo di musica – magari di quella dance un po’ martellante – perché il proprietario non riesce a trovare il cellulare!
Stamattina è passata mia cugina a prendere una cosa: ecco, lei è una di quelle persone che come suoneria hanno una canzone, e puntuale mentre parlavamo ecco “squillare” il suo cellulare a tutto volume. Non solo, è un sacco di tempo, credo addirittura da Sanremo, che ha su sempre la stessa canzone : “La notte delle fate“, di Ruggeri.

Stavolta (visto che ci vediamo spesso e non si sa quante volte è capitata la stessa scena) le ho detto “ma non ti sei stufata di risentire sempre la stessa canzone?”. Lei se l’è presa a male, dice che le piace tantissimo. E` buona e cara ma non fatela arrabbiare o saranno affari vostri 🙂 (un po’ ha ragione, in genere non mi intrometto nei gusti degli altri, però… c’è un limite!)
Be’, comunque, già che mi ha dato lo spunto, che ne dite, soprattutto voi care mie lettrici, di questa canzone?
Ruggeri non mi piace moltissimo, però il concetto espresso sì: quella rinascita, quelle ali che dopo essersi piegati in sé (come dice la canzone) si possono dispiegare in un volo sempre possibile.
Ruggeri parla delle donne, ma per quanto mi riguarda vale per tutti, anche per gli uomini! Dopotutto le ali ce le ho anche io, aspirante gabbiano, no? 🙂

L’odore delle patatine fritte

Pensieri sincroni. Questo ho pensato leggendo Dentro se stessi, della collega blogger 🙂 Romina.
Già, perché più o meno ieri mi è capitato di trovarmi davanti un libro che ho letto, Lo scafandro e la farfalla.
Lo scafandro e la farfallaE` un racconto molto particolare, il racconto vero della vita di Jean-Dominique Bauby, che dopo l’ictus si ritrova immobilizzato nel suo corpo, incapace di respirare autonomamente, capace di muovere solo la palpebra sinistra.
Immobilizzato in quel corpo che ora è per lui uno scafandro, ma col suo spirito ancora libero come una farfalla.

E pensavo: ma è solo attraversando qualche tipo di dolore, di disperazione, che si può avere una comprensione più profonda della vita e del mondo?

Non lo so, ma credo che questa sia una via.
Spesso, non volontaria, ovviamente!

Mi ha colpito molto quel libro, a partire dal fatto che chi l’ha scritto l’ha dettato utilizzando unicamente una palpebra, che chi l’ha scritto non è più tra noi, e ci ha lasciato pochi giorni dopo averlo visto pubblicato.
Il libro racconta la vita di Bauby in ospedale, la sua visione del mondo in quegli interminabili giorni, i suoi ricordi del mondo nella sua “vita precedente”. Perché, tra l’altro, lui era il redattore capo della rivista Elle, e aveva una vita piena.

Ho letto quel libro in un momento in cui non me la passavo troppo bene, forse cercando conforto, chissà, perché quando riporti alla mente che c’è qualcuno che sta peggio di te, beh, consideri che magari non va così male come pensavi.

Di tutto il libro ricordo e ricorderò sempre un’immagine, un’immagine olfattiva direi, quella delle patatine fritte.
Bauby, al termine di una passeggiata (sulla sua sedia a rotelle), dice:

Se ho voluto percorrere tutta questa strada non è per scoprire un panorama inedito ma per assaporare gli effluvi che emanano da un modesto baracchino sulla spiaggia. Mi lasciano sotto vento e sento le mie narici fremere di piacere inalando un profumo volgare, inebriante e perfettamente insopportabile ai comuni mortali.
“Mamma mia”, dice una voce dietro di me, “che puzza di fritto!”
Io non mi stanco dell’odore delle patatine fritte.

Apprezziamo le cose semplici, che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni, solo quando esse vengono a mancarci?
Acquisiamo una nuova prospettiva sul mondo, sulle persone, solo quando la nostra prospettiva è stata cambiata senza che noi lo volessimo?

Bauby non c’è più, ma è rimasta grazie alle sue parole la sua forza, che gli ha permesso di scrivere un libro in condizioni impossibili, che gli ha lasciato, a tratti, addirittura l’ironia.
Molte altre volte, comunque, si riesce ad uscire da momenti che ci sembrano molto bui. E quando ho pensato al sapore delle nuvole, ho pensato al sapore delle nuvole bianche, quelle nuvole che appaiono illuminate dal sole dopo il temporale, queste qui sotto, in una foto che ho scattato un po’ di giorni fa.

E credo che quando le nuvole si chiudono bisogna sempre tener presente che possono tornare così, illuminate dal sole. Anche se a volte, non è facile.