Ho chiamato solo per dirti che ti amo

No, non sono arrivati gli alieni!
No, i gabbiani non hanno imparato a parlare!
Né i pinguini a fischiettare!
Cosa devo dirti allora?
Ho chiamato solo per dirti che ti amo.

La sweet disposition colpisce ancora :-), e questi giorni ho ascoltato più volte I just called to say I love you, di Stevie Wonder. E quella lì sopra è una mia personale reinterpretazione della canzone.

Sorprendere qualcuno a cui tieni, dirgli quelle parole, sentire il suo cuore riempirsi di gioia anche a distanza.
Cosa c’è di più bello?
E per questo mi piace tanto questa canzone, che in realtà è molto semplice, ma comunque elegante.
E` come fare un regalo di non-compleanno :), è rendere un giorno normale un giorno speciale.
Mi piacciono, i giorni normali resi speciali.
Mi piace vedere felici le persone a cui tengo davvero.

Ho ascoltato la canzone senza sofferenze, come capitava qualche tempo fa, pensando a una persona. Finalmente, quei pensieri sono a posto.

No New Year’s Day to celebrate
No chocolate covered candy hearts to give away
No first of spring
No song to sing
In fact here’s just another ordinary day

No April rain
No flowers bloom
No wedding Saturday within the month of June
But what it is, is something true
Made up of these three words that I must say to you

I just called to say I love you
I just called to say how much I care
I just called to say I love you
And I mean it from the bottom of my heart

No summer’s high
No warm July
No harvest moon to light one tender August night
No autumn breeze
No falling leaves
Not even time for birds to fly to southern skies

No Libra sun
No Halloween
No giving thanks to all the Christmas joy you bring
But what it is, though old so new
To fill your heart like no three words could ever do

I just called to say I love you
I just called to say how much I care, I do
I just called to say I love you
And I mean it from the bottom of my heart

I just called to say I love you
I just called to say how much I care, I do
I just called to say I love you
And I mean it from the bottom of my heart, of my heart,
Of my heart

I just called to say I love you
I just called to say how much I care, I do
I just called to say I love you
And I mean it from the bottom of my heart, of my heart,
Baby of my heart

A lezione d’amore

Il vero scopo di questa professione non è curare le malattie. Ma prendersi cura del malato

Queste sono le parole di Hunter Doherty Adams, il medico-clown noto come Patch Adams.

Patch Adams
Hunter "Patch" Adams

Sono venuto a sapere di lui, la prima volta, tramite l’omonimo film con Robin Williams. Un bel film, che narra le vicende di Patch Adams e illustra le sue rivoluzionarie idee. Un film divertente e commovente, ma in questo caso la realtà, la visione, l’amore e l’innovazione del vero Patch Adams superano probabilmente quelle viste nel film.

Patch Adams ha portato all’attenzione del mondo intero come essere medico non voglia, e più che altro non dovrebbe dire, essere un tecnico che cura le malattie. Essere medico dovrebbe significare avere cura della persona nel suo insieme, pensando anche alle  sue emozioni, ai suoi stati d’animo.

Mi ha colpito leggere da un articolo su Repubblica di qualche tempo fa, contenente la relativa videointervista, come, secondo Patch Adams, non dovrebbero esserci insegnati a scuola solo la matematica o le lettere, ma anche l’amore.

Non credo, in realtà, che l’amore si possa insegnare a scuola, in un tempo ben definito. Perché credo che l’amore si assorba da chi hai intorno a te, in un tempo molto lungo. O che al massimo puoi svilupparlo a seguito di qualcosa di grave che ti capita, che ti fa sviluppare una nuova sensibilità, una nuova visione del mondo, come forse accadde con  gli episodi di suicidio in cui si ritrovò Patch Adams da giovane.
Credo, però, che le sue parole non vadano prese alla lettera, e sottolineino come si pensi oggi a tante cose concrete e poco a ciò che ci rende effettivamente esseri umani, almeno come penso io dovremmo essere.

Patch Adams sottolinea come pensare all’esser clown possa sminuire il suo messaggio complessivo, perché essere clown in corsia è solo uno dei  modi di donare amore.

Ho incontrato medici che non erano dotati di quella umanità necessaria per svolgere il loro lavoro, e trovo che a queste persone dovrebbe essere impedito di svolgere la loro professione. Ma non esistono dei parametri oggettivi per valutare l’umanità e l’amore, e allora, come si potrebbe fare?
Spero allora che, invece di pensare a rimuovere chi non ha tali doti umane, il messaggio di Patch Adams penetri sempre di più nella nostra società, e si comprenda cosa la parola medico deve realmente significare.

Mi è piaciuto molto un articolo di un giovane medico che ha assistito a una conferenza di Patch Adams, potete leggerlo qui. Mi è piaciuto specialmente alla fine, quando  dice

I won’t be dressed in funny clothes, or tell jokes to all my patients (mainly because I’m not so funny), but I will treat my patients with the respect they deserve, I want to see them as persons and not as a disease, I want to help as much as possible and not turn into a cold person like I’ve seen so many doctors do.

traduco (spero bene 🙂 ):

Non sarò vestito in modo curioso, o scherzerò con tutti i miei pazienti (più che altro perché non sono così divertente), ma tratterò i miei pazienti col rispetto che meritano, voglio pensarli come persone e non come malattie, voglio aiutarli quanto posso e non trasformarmi in una persona fredda come fanno tanti medici

Passerotto metropolitano

Ti vedo arrivare leggero e circospetto,
tutto elegante, come in doppiopetto,
cercando frescura in questa città
che oggi più calda si configura.
Trovi il mio vaso, e sotto quel cespuglio
cominci grazioso a saltellare,
e sei così contento che ti vedo i tuoi amici chiamare.
In una danza irregolare,
vi osservo dalla terra cibare,
e felice di aver il verde curato,
mi accorgo d’improvviso che mi hai sgamato.
Voli via, rapido e scattante,
e non ti vedo già più, dopo un istante.
Col pensiero ti saluto,
e se vorrai tornare, sarai il benvenuto.

🙂

Felicità nella normalità

Si parla a volte di quanto dovremmo apprezzare ciò che abbiamo, ma vi confesso che per me, fino a un certo punto della mia vita, questa è stata un po’ una specie di teoria.
Nel senso che sì, credo che sia davvero nostro dovere farlo, ma sentire davvero la gioia di … essere vivi, così, non mi veniva molto naturalmente.
Qualcosa ha poi cambiato un po’ la mia vita e quel qualcosa è sicuramente in tutte le considerazioni che faccio attualmente.

Comunque, volevo solo condividere un momento di gioia.
Una gioia semplice, di oggi, mentre correvo.
Ero felice metro dopo metro, rimbalzo dopo rimbalzo, felice pensando a tutti coloro che per tanti motivi non possono farlo, soprattutto a coloro che non potranno mai. Pensavo che anche quando stai lì, e sei stanco morto,  devi pensare che c’è chi darebbe qualsiasi cosa per sentire quella sensazione anche solo una volta.
Sentivo questi pensieri profondamente, e oltre a quella gioia della possibilità, che generava magari un sorriso, c’era misto il dispiacere per chi non può, quasi un senso di colpa. Ma così è, e ciò che possiamo fare e direi anche dobbiamo è gioire anche di ogni nostro respiro, della vista che ci fa leggere e scrivere qui al pc in modo così naturale.
Mi sembro un po’ un predicatore, intendo che prima sentivo spesso questi discorsi ma non li capivo fino in fondo, mi sembravano una sorta di ovvietà. Ma quando comprendi veramente la gioia di vivere, e probabilmente la mia comprensione è ancora parziale, capisci cosa si intende. Ma secondo me non è qualcosa che si apprende semplicemente dalle parole, per quanto intense esse possano essere.
Ma io volevo dirvelo, perché c’è sempre qualche momento di sconforto, ma è un po’ che ogni tanto penso di essere felice, semplicemente, di essere vivo.

Nel sorriso di un bambino

Tornando a casa ho visto dei bambini sorridere al mondo,
e ho pensato che è fantastico quando sei bambino e non conosci le insidie che ti aspettano, che sono già lì ma dalle quali i tuoi cari ti proteggono.

Ma ho pensato anche che non sei consapevole di tutto ciò di cui stai godendo, e quindi non puoi esserne così contento come forse dovresti.

Anche crescendo, spesso non sei consapevole di ciò che hai finché non lo perdi, e credo che bisogni fare un grande sforzo per comprendere le nostre fortune, mentre ne godiamo.
Lo dobbiamo, come minimo, a chi certe fortune non le ha.