Quando fai nascere un sorriso

È così bello quando fai nascere un sorriso.
Per qualcosa che dici, qualcosa che fai.
È vero, penso sia più bello vedere gli altri felici per qualche tua azione, che cercare la propria felicità.
Che poi, quella diventa anche la tua felicità, e allora siete felici in due.
Forse è vero anche che molto, moltissimo sta nel comprendersi,e certi litigi nascono solo perché non ti capisci bene, perché hai paura, o chissà per cos’altro.
Credo che i bambini sorridano di più per la loro innocenza, per la loro inconsapevolezza del mondo e delle cose. Non si può pretendere che gli adulti vadano in giro comportandosi come i bambini, ma si spera che ognuno conservi la sua anima bambina, per mostrarla a chi sente di poterla affidare, per regalare con quel sorriso un istante di primavera anche nell’inverno più gelido.

Come combattere lo stress: pensiamo al presente

Un coniglio. Questa è stata la prima immagine proiettata durante la conferenza Tempo e stress, tenutasi oggi all’Auditorium Parco della Musica di Roma, nell’ambito del Festival della scienza, che quest’anno ha analizzato il tempo nei suoi vari aspetti.

A tenere la conferenza è stato Ronald D. Siegel, professore di psicologia ad Harvard.

La conferenza, di fatto una lezione con tanto di lucidi proiettati, ha trattato il tempo dal punto di vista dei nostri pensieri, spiegando come lo stress sia legato al pensiero del futuro.

Ma torniamo al coniglio.
Quando il coniglio vede un suo predatore, entra in una condizione di attenzione che fa sì, per esempio, che la vista sia potenziata, che il pelo si rizzi così che l’animale sembri più grosso, che la digestione si fermi, perché, commenta scherzosamente il professore, non ha senso digerire se poi sarai mangiato da qualcun altro!

Un coniglio, passato il pericolo, torna il coniglio di prima, non si preoccupa, scherza Siegel, se la volpe andrà a dare fastidio ai familiari o se ha abbastanza carote in banca per vivere una pensione tranquilla.

E poi si passa a una immagine di Lucy, la nostra famosa progenitrice vissuta in Africa.
Come poteva Lucy sopravvivere in un ambiente ostile dove, dice Siegel, qualsiasi animale corre più veloce di te?

È stato possibile grazie all’uso del pollice opponibile, che ha consentito di costruire utensili, e ai lobi frontali più sviluppati di altre creature: essi consentono di pensare nel futuro, anticipando potenziali situazioni pericolose e programmando le azioni da compiere, anche rielaborando informazioni passate.

Questa stessa capacità, può procurare però dei problemi. Perché l’essere umano, al contrario del coniglio, può attivarsi in condizione di pericolo anche solo pensando al futuro, e si può quindi soffrire di thinking disease, la “malattia del pensiero” se vogliamo tradurre letteralmente, o per dirla in generale, delle preoccupazioni che vengono proprio dai nostri pensieri.

Siegel dice infatti che ciò che genera stress è il pensiero del futuro, e che la nostra mente si perde naturalmente nei pensieri più disparati, tra cui quelli futuri, allontanandoci così da quella situazione di tranquillità a cui tutti aspiriamo.

Qual è la soluzione?

Ispirandosi a principi provenienti da varie culture e varie epoche, parte della scienza propone come soluzione la mindfulness. Significa, fondamentalmente:

  • avere consapevolezza del presente
  • affrontare ciò che stiamo facendo
  • accettare ciò che sta accadendo

Questo perché siamo felici quando viviamo il presente.

Siegel cita infatti Gilbert, professore di psicologia sociale di Harvard, che ha svolto il seguente esperimento: ha chiamato un gruppo di persone selezionate, in vari momenti della giornata, chiedendo loro se erano felici e cosa stavano facendo.
La maggior parte di coloro che erano felici stavano pensando al presente, non al passato o al futuro. Ciò che facevano concretamente era ininfluente, quello che era importante era dove fosse diretto il loro pensiero.

Siegel consiglia quindi di:

  • rallentare, passare in modalità single tasking, occuparsi cioè di una sola cosa per volta, al contrario di quanto avviene spesso oggi
  • concentrarsi sul singolo fatto di cui ci stiamo occupando: così facendo la mente sarà completamente a disposizione e potremo usarne la flessibilità e le potenzialità per svolgere l’operazione corrente
  • accettare ciò che accade, un po’ come, dice Siegel, quando un cagnolino fa i suoi bisogni dove non dovrebbe e prendiamo la cosa con filosofia perché è un cucciolo a farlo, pensando che dovrà solo imparare come comportarsi; evitare quindi eccessive rigidità nei confronti di ciò che accade

Per propiziare, diciamo così, la mindfulness, occorre concentazione. Così Siegel propone, per esempio, se siamo in coda in auto, di non pensare al fatto che arriveremo tardi, ma ad esempio di osservare le luci posteriori delle auto per rimanere qui nel presente.

Suggerisce come ci si possa concentrare sul proprio respiro, e come esistano numerosi esercizi per la concentrazione sul presente.

Dice che mentre chiudiamo gli occhi e ci concentriamo sul respiro, su di noi e su come i polmoni si gonfiano, probabilmente la nostra mente vagherà comunque tra i pensieri, ma col tempo si riuscirà a dominarla maggiormente, ancorandola nel presente.

Riguardo la felicità, Siegel dice che ognuno ha dei punti fissi attorno ai quali tende a trovarsi.
Dice infatti che parte della nostra felicità è determinata geneticamente, e questo per un 50%.
Ma sostiene che la nostra attitudine nei confronti di ciò che accade, il nostro modo di vedere e quindi sentire quei fatti, determina ben il 40% della nostra felicità.
Le circostanze influiscono solo per il 10%, proprio perché siamo noi a dare un significato specifico a ciò che accade.

Per il raggiungimento della felicità, Siegel propone quindi di:

  • gustare i momenti presenti, pensando ad essi senza continuare a preoccuparsi del futuro
  • impegnarsi, in modo che l’impegno ci sottragga parte della consapevolezza di noi, e che ci troviamo in una “esperienza di flusso” affrontando le sfide che ci poniamo
  • impegnarci in qualcosa più grande di noi, che possa portare beneficio non solo a noi, ma soprattutto agli altri. Siegel considera infatti come mentre la nostra vita è limitata, azioni che portano beneficio agli altri e al mondo hanno per noi un significato e una importanza maggiore delle altre.

Infine, il professore ha lasciato il link a www.mindfulness-solution.com, il suo sito che tratta dell’argomento dove, peraltro, sono presenti alcune meditazioni.

Ho scritto un po’ al volo questi appunti tenuti per lo più in mente, visto che in sala era buio e ho scritto molto poco, quindi ci potrebbero essere errori e vi invito a verificare ciò che è contenuto in questo articolo. Credo comunque che approfondirò sicuramente la questione mindfulness.

E mi ritirai nei boschi

A volte immagino delle mie vite parallele o parzialmente intersecanti quella reale, un po’ alla sliding doors.
E negli ultimi giorni ho pensato che avrei potuto scrivere un post con questo titolo, e ritirarmi nei boschi :-).

Sì, perché sono stato – in qualche modo – pervaso da un senso di (presunta?) saggezza e serenità, tanto da rendermi, per certi versi, un tutt’uno col mondo.

Potrebbe anche esser dipeso dall’aver dedicato del tempo alla lettura del libro sulla felicità di cui parlai brevemente, e che ho ora praticamente finito.
Ma non credo sia quello, o, perlomeno, solo quello. Credo sia quando le cose funzionano bene, e fluisci leggero come un fiume che dai monti scende a valle, come un gabbiano che distende le ali e si lascia trasportare dal vento.
Forse, addirittura, un po’ di serenità mi è giunta dalla visita della mostra di Audrey Hepburn, di cui vi parlerò a breve. Forse è stato il sorriso delicato di Audrey 🙂

Ma poi, nei boschi ci si va se si è sereni o ci si va per cercare la serenità?
Non lo so, però a me è venuto così 🙂

Un anno

E così ci siamo. E` passato un anno da quel post di benvenuto con cui inauguravo il blog e davo il benvenuto ai miei futuri lettori.

Me lo ricordo ancora, quel pomeriggio in cui mi venne in mente il nome del blog, e a dire il vero mi sto ancora chiedendo come l’abbia pensato :-). Però mi piaceva e mi piace ancora; e meno male, perché il nome te lo porti appresso per sempre (almeno finché non cambi blog!).

Che dire.
A un anno di distanza sono sicuro di non essere più la stessa persona che ero, e non so quanto sia stato importante il blog in tutto ciò. Per un fatto, e cioè quella segnalazione del libro sulla felicità, che mi ha portato poi a leggere dell’importanza dell’elaborazione delle nostre emozioni tramite il linguaggio, è stato sicuramente importantissimo.
Non ne ho più scritto come volevo, e credo che prima o poi lo farò, ma l’elaborazione, la ricostruzione dei propri pensieri e dei fatti che li hanno generati è qualcosa a cui non avevo dato tutta questa importanza in passato. E`, alla fine, forse, come mi pare di aver letto, una questione di controllo: qualsiasi cosa ti capiti, il fatto che tu la descriva nei dettagli, ti fa credere che comunque tu ne abbia il controllo. E mi sono trovato curiosamente a pensare che questo strumento, la scrittura, potrà farmi affrontare meglio qualsiasi cosa mi capiterà, perché potrò scriverne :-). Che strani pensieri!

Sono un po’ diverso da un anno fa anche perché mi sono “ricompattato”. O forse no, non è questo il termine giusto, però, ecco, tra una cosa e l’altra credo mi ritrovassi a vivere tra il presente e il futuro, essendomi perso un po’ il passato. Ora, il passato è importante? Un po’ sì, anche se non deve esserlo troppo per non rimanere fossilizzati in ciò che siamo stati.
Però, ecco, per dirvi, per me è stato molto importante il ritrovamento di quella tessera dei baci  nella mia (pseudo)scatola dei ricordi.
Dovrei dirvi un po’ troppi fatti miei per spiegarvi perché, ma non è qualcosa di direttamente correlato. Ma ecco, quella tessera dei baci rappresenta qualcosa che in fondo sono sempre stato.

Vicini (di blog) acquisiti ma anche persi, alcuni senza dispiacere, altri no. Battaglie che mi potevo anche risparmiare, ma che alla fine rifarei, in modo diverso in alcuni casi. Stupidaggini (Ma alle mucche, piacerà il cappuccino?), Sweet disposition  accese forse più nella stagione calda :-), pazzie temporanee (Radio Gabbiana), tentativi di poesia divertente e sognatrice (Punto) , e forse poesie vere? (Risveglio).

Tutto sommato, sì, mi sono divertito e mi è piaciuto, e sono successe più cose di quante io inizialmente avessi immaginato.

Grazie di aver letto questo lungo post, e grazie in particolare a chi mi segue da più tempo, nella speranza che sia degno di continuare a meritare le attenzioni anche dei nuovi vicini acquisiti e chissà, di qualche silenzioso lettore 🙂

Gabbiano Francesco

Il principio di reciprocità e le relazioni sociali

Ci ripensavo poco fa. È incredibile cosa riesce a fare il principio di reciprocità.
Anche se l’ho messo in pratica inconsapevolmente fin da quando sono nato, ho appreso della sua esistenza solo dalle parole di Jonathan Haidt, sul libro “Felicità, un’ipotesi“, di cui vi avevo accennato qui.

Il principio di reciprocità è quello secondo cui se qualcuno è gentile con te, tu tenderai a esserlo con lui. Questo modo automatico di comportarsi è uno degli elementi che contribuisce alla creazione delle relazioni umane.
E ora non ho il libro sotto mano, ma catalogo questo comportamento come automatico, anche ripensando alle mie esperienze. Perché non è che sto lì a pensare “lui è stato tot gentile con me, allora io sarò tot gentile con lui”, è qualcosa che nasce spontaneamente.
A volte, in caso, che so, di discussioni, litigi, il crescendo positivo a cui può portare il principio subisce una interruzione, e può essere più o meno difficile tornare alla situazione precedente.

Ma questo principio può essere usato anche in modo fraudolento. Ricordo come Haidt citi i venditori ambulanti di fiori, e ripenso a quelli di rose di cui Roma centro è piena. Mentre fino a qualche tempo fa proponevano semplicemente una rosa, già da un po’ cominciavo a notare anche io (come Haidt) come alcuni cerchino di mettere il fiore direttamente in mano alle persone, anche facendo finta di non chiedere nulla. In quel momento stanno sfruttando il principio di reciprocità ai loro fini, sapendo che la persona che si ritrova la rosa in mano tenderà ad offrire almeno qualcosa al gentile omaggiatore. A quel punto, dice Haidt, riconoscendo il comportamento disonesto, dobbiamo capire che non siamo certo obbligati alla gentilezza, perché quella che automaticamente potrebbe essere percepita come gentilezza è solo un tentativo di sfruttare un nostro comportamento innato.

Ecco, questo è uno dei temi trattati nel libro di Haidt sulla felicità. Come potete capire, è un libro che parla di aspetti che vanno molto più in là della felicità in senso stretto, e io sono veramente contento di averlo letto (anche se mi mancano sempre gli ultimi due capitoli, avendolo sospeso a favore di altri libri che ho considerato prioritari).

Libero

Libero. Mi sento in questi giorni esattamente così.
E` una bella sensazione, e non era così da un bel po’ di tempo.
Guardo la mia scrivania e mi accorgo che adesso è anch’essa libera; e penso che spesso, anche se non sempre, l’ordine intorno a te rispecchia il tuo ordine interiore.

Perché mi sento libero?
Perché ho risolto, ho capito fino in fondo una questione che mi ha dato da pensare per mesi e mesi. E a risolverla mi ha aiutato il libro sulla felicità di cui parlai, che ha svolto egregiamente la sua funzione 🙂
Ma non è così semplice, e non è stato, come pensavo, il blog in sé ad aiutarmi e sistemare i miei pensieri, ma è stato il blog che ha fatto nascere un breve scambio di messaggi che ha portato alla segnalazione di quel libro.

E il libro mi ha portato all’altro libro, quello sulla scrittura.
Ed è stato grazie alla scrittura che ho compreso definitivamente quei pensieri che erano, evidentemente, ancora un po’ aggrovigliati.
E a dire il vero mi ero già avviato verso quel sistema per capire meglio la questione, ma da quando ho letto che scrivendo vedi le cose più oggettivamente, che percepisci le tue sensazioni come se fossero un po’ staccate da te, e che man mano che riscrivi di fatti complessi ti focalizzi sui punti fondamentali, ecco, mi sono messo a scrivere (per conto mio)  con un impegno che non avevo mai messo prima.

Perché scrivere di certe cose può risultare non del tutto piacevole, però se qualcuno ti dice che ci sarà un risultato, allora tu lo fai sicuramente più invogliato.

Il libro della felicità ha portato un altro risultato decisamente interessante: mi ha fatto riflettere in un modo nuovo rispetto alle nostre componenti razionale e istintiva. E certe volte mi sembra quasi di distinguerle chiaramente; e forse è impossibile, però sono sicuro di vedermi diversamente da prima. E mi sembra qualcosa di estremamente potente.

Libero… ecco, in realtà volevo parlare di un’altra libertà, quella di scrivere sul blog.
E` paradossale, ma non raramente la libertà è il controllo.
Perché quando decidi tu i limiti, allora sei chiaramente libero.
E ci pensavo perché ieri sono stato un po’ indeciso se scrivere quel post.
Riflettevo oggi su quali fatti sia opportuno per me scrivere qui, e mi sono detto che in realtà mi è già abbastanza chiaro: ce ne sono alcuni su cui non ho dubbi a tenere solo miei, e di quelli non scriverò; quelli su cui ho dubbi, be’, non sono in realtà così importanti, e scriverne ci può stare.

Perché poi non mi piace troppo un blog impersonale. Il blog è per certi versi uno strumento tecnico dove puoi pubblicare di tutto, anche articoli giornalistici.
Eppure, per la sua stessa struttura, è stato ideato per essere una memoria personale, tanto che in numerosi template viene dato molto risalto alla data.
Insomma, secondo me il blog nel senso più autentico del termine è un blog che dica qualcosa di te.
E` vero, si può parlare di sé in molti modi, senza essere troppo espliciti.
Però, mi ritrovo a sentire quei blog in qualche modo distanti, come in fondo è l’intenzione dell’autore.

Ora che sto terminando questo papiro, ripenso al titolo, e trovo che questo sia forse il post più appropriato per questo blog: chi potrebbe scrivere un post intitolato Libero, se non un gabbiano? 🙂

La crescita personale attraverso l’espressione delle emozioni

Come un bambino apre raggiante i regali la mattina di Natale, oggi prendendo in mano il libro “Opening up – The Healing Power of Expressing emotions“, ero raggiante anche io.
Perché per quanto ho potuto leggerne prima di conoscerne l’esatto contenuto, credo sia uno dei libri che può cambiare in meglio la vita delle persone. Dopotutto, non era forse citato nel libro della felicità? 🙂
Ero raggiante perché come col libro della felicità ho avuto da subito l’impressione, che a questo punto ritengo corretta, che fosse uno di quei momenti che aprono l’esplorazione verso settori che non avevi mai preso in seria considerazione. Perché quello che tenevo in mano non era solo un libro, ma uno strumento che potrebbe far parte di tutta la mia vita.

Come dice il titolo, che tradurrei in “Aprirsi – Il potere curativo dell’esprimere le emozioni” (si accettano traduzioni che suonino meglio), il libro parla della scoperta che ha fatto l’autore, James Pennebaker – professore di psicologia – , trovando una correlazione tra lo stato del sistema immunitario (e la salute in generale) e l’abitudine a mettere per scritto i propri pensieri, ma soprattutto le proprie emozioni.

Devo dire che ad alcune considerazioni che ho letto, per ora molto velocemente, ci ero arrivato anche io. Uno dei punti fondamentali è quello che io chiamo il “parcheggio dei pensieri“: una volta che scrivi quache tuo pensiero, è come se lo estraessi da te, e lo parcheggiassi sul foglio. Quel pensiero rimarrà con te, ma non lo penserai più come prima.

Credo che inaugurerò un tag apposito per il libro, e forse userò il blog come una specie di appunti, ma non ne sono del tutto sicuro. Questa è una specie di anteprima. (ma non vorrei che andasse a finire però come il libro sulla felicità, di cui volevo dire molto ma che mentre devo ancora finire ho sospeso in favore di quest’altro, che desideravo leggere con molta curiosità 🙂  – comunque c’è sempre tempo e mi sono segnato i brani che ho ritenuto più importanti).

Mi hanno colpito le due dediche che Pennebaker scrive al padre e alla madre:

To my mother,
Elizabeth Withing Pennebaker,
who taught me to laugh with others
and at myself.

And to my father,
William Fendall Pennebaker,
who aroused my curiosity
about the world

A mia madre,
Elizabeth Withing Pennebaker,
che mi ha insegnato a ridere con gli altri
e di me stesso

E a mio padre,
William Fendall Pennebaker,
che ha stimolato la mia curiosità
riguardo il mondo

Trovo che siano due dediche molto belle e trovo che quelle due qualità trasmessegli dai genitori siano due tra quelle che un essere umano dovrebbe sicuramente possedere.

Opening up - copertina
Opening up - copertina

Scopro ora :-), che del libro ne esiste una traduzione italiana, “Scrivi cosa ti dice il cuore, Autoriflessione e crescita personale attraverso la scrittura di sé” – Edizioni Erickson – http://www.erickson.it/erickson/product.do?id=104. (al link c’è anche un estratto pdf del libro in italiano). Ecco la traduzione “migliore” (a volte, in effetti, occorre stravolgere un po’ il titolo, anche se stavolta forse è un po’ tantino)

A dire il vero non credevo esistesse la versione italiana, comunque visto che non sembro avere problemi nella comprensione della versione originale, sono contento di avere quella.

Note: questo libro non è troppo pratico, nel senso che descrive la questione più che altro dal punto di vista teorico. Un altro, di cui vi parlerò a breve, riporta alcune indicazioni su come procedere effettivamente.