Il nostro nome influenza il nostro carattere?

Me lo sono chiesto più volte.
E non sono mai riuscito a darmi una risposta certa.

Il nome che portiamo, influenza il nostro carattere?

Perché tante, ma veramente tante volte, ho notato una certa associazione tra nomi che io definisco “strani” (come Jessica, senza offesa per eventuali Jessiche), e comportamenti diciamo inusuali.
Forse alla fine ho capito.
Premetto che non si può certo generalizzare il concetto così semplicemente.
Però penso di aver capito che non è che è il nome a influenzare come sei, ma siccome il nome lo hanno scelto i tuoi genitori, quella scelta rispecchia in realtà le loro idee e il loro modo di essere, che a sua volta ti sarà stato probabilmente trasmesso, almeno in parte.
Basta pensare ai nomi non di rado  scelti dai personaggi dello spettacolo, che essendo spesso estrosi rispecchiano tale loro caratteristica nel nome che scelgono per i figli, trasmettendo poi loro quella estrosità non certo dal nome ma dal loro modo di essere.
Io credo sia così. Be’, magari voi c’eravate arrivati prima, io no. 🙂

Litigare

Una cosa però l’ho imparata. Per conoscere bene la gente, bisogna averci litigato seriamente almeno una volta.

Lo scrive Anna Frank sul suo Diario.
Questo pensiero è esattamente quello che, nel tempo, ho sviluppato io.

Nelle litigate si attiva il nostro istinto primordiale, quel non so che di attacco o difesa, ma, essendo noi anche esseri razionali, ci si limita, e si bilanciano quelle tendenze attraverso l’educazione e il ragionamento sui limiti da non superare.
Ma arrivando vicini a quei limiti si mostra qualcosa di noi di diverso dal  normale contesto, a volte qualcosa di cui magari poi non siamo troppo fieri.
Il modo in cui gestiamo i nostri aspetti negativi e animaleschi,  racconta secondo me qualcosa molto importante di noi.

Non credo certo che si possa dire come è una persona solo da come litiga, ma non credo neanche che questo aspetto sia trascurabile.

Poi, ritengo molto importante il comportamento post-litigata, e l’eventuale perdono, sempre che l’interlocutore dimostri come abbia capito il suo errore, come si sia lasciato trasportare oltre il limite che a freddo si accorge di aver superato (sempre che questo superamento non venga poi reiterato ancora e ancora).

Detto ciò, credo a volte di essere troppo impulsivo e spero che il tempo mi porti maggior saggezza. Ma quando vengo destato dall’indignazione, ritengo anche appropriata una certa veemenza. Sempre che l’indignazione derivi da una giusta causa.

[articolo modificato rispetto la  prima versione il 10 settembre 2010 alle 12:59]

Simpatia

Ma cos’è, esattamente, la simpatia?
Oddio, è una domanda che non so se sia troppo cretina o troppo complicata :-).
Più che altro, la vera domanda che mi sono posto è: come si diventa più o meno simpatici?

Personalmente ritengo che l’essere umano sia ciò che gli è stato trasmesso geneticamente ma sia plasmato moltissimo dall’ambiente circostante.
E allora cos’è che modifica il nostro carattere per quanto riguarda la nostra interazione con gli altri?

La simpatia è legata all’apertura verso gli altri?
Credo che una certa apertura sia necessaria, altrimenti, beh, nessuno potrebbe capire se sei simpatico o no!
Ma non basta, quello è l’inizio.

A volte credo che una certa chiusura possa esser scambiata per un qualche grado di antipatia, e credo proprio di aver fatto questo errore con una persona, e me ne sono molto dispiaciuto.

Ecco, scrivendo antipatia ho pensato all’etimologia di simpatia, credevo venisse dal latino e invece no, dal greco, me ne ero dimenticato.
Sympatheia, “provare sentimenti con”, in un certo senso forse “sentire insieme”.
Sì, questo mi conferma che l’apertura sia davvero necessaria, altrimenti, cosa senti??

Ma…sinceramente… non ho delle risposte precise alla mia domanda: cosa ci fa diventare simpatici o meno?
Ci penserò