La gatta con le cuffie

Mi è tornata in mente quella gatta che avevo sognato, l’ho vista entrare dalla porta della mia camera.
È strano, aveva su delle cuffie, bianche come il suo pelo lungo e morbido.
Mentre si dirige con passi flessuosi verso la finestra la guardo, e, sovrappensiero, le chiedo: «miciona, che ascolti?»
Lei si volta verso di me, mi scruta incuriosita, e prosegue.
Fuori c’è un cielo azzurro senza nubi, un sole splendente che illumina la stanza.
«Sono proprio matto, anche coi gatti mi metto a parlare! Però sarebbe bello se potessimo comunicare con gli animali, chissà quanto potrebbero sorprenderci», penso ad alta voce.
– «Ma quello non è un problema» sento all’improvviso dire alla gatta, «basta però che non mi interrompi mentre ascolto la Primavera di Vivaldi!»
– «Ma tu… parli!» mi stupisco io.
– «Perché, tu no?» replica lei.
– «Certo, ma io… io sono umano!»
– «A parte che tu sei un gabbiano, comunque dovresti sapere che aprendo la nostra mente possiamo capire più  di quanto non crediamo!»
– «Hai ragione miciona. Ma dimmi, come mai ascolti la Primavera
– «La sento nell’aria, e non vedo l’ora di andare a gironzolare per i tetti. Però fa ancora un po’ fresco, anche qui dentro»
– «Hai ragione, sai?», rispondo io. Con un gesto la invito allora a me: si avvicina alla mia sedia, poi con un balzo mi salta in grembo, e si acciambella.
La cingo delicatamente, mentre sta lì ferma, mentre fa le fusa.
Sebbene il suo candore richiami la neve di rigidi inverni, sento il suo calore, e lei sente il mio.
«Chi sarai, miciona? Mi parlerai ancora?», penso, mentre continuo ad accarezzarla.