Simpatia

Ma cos’è, esattamente, la simpatia?
Oddio, è una domanda che non so se sia troppo cretina o troppo complicata :-).
Più che altro, la vera domanda che mi sono posto è: come si diventa più o meno simpatici?

Personalmente ritengo che l’essere umano sia ciò che gli è stato trasmesso geneticamente ma sia plasmato moltissimo dall’ambiente circostante.
E allora cos’è che modifica il nostro carattere per quanto riguarda la nostra interazione con gli altri?

La simpatia è legata all’apertura verso gli altri?
Credo che una certa apertura sia necessaria, altrimenti, beh, nessuno potrebbe capire se sei simpatico o no!
Ma non basta, quello è l’inizio.

A volte credo che una certa chiusura possa esser scambiata per un qualche grado di antipatia, e credo proprio di aver fatto questo errore con una persona, e me ne sono molto dispiaciuto.

Ecco, scrivendo antipatia ho pensato all’etimologia di simpatia, credevo venisse dal latino e invece no, dal greco, me ne ero dimenticato.
Sympatheia, “provare sentimenti con”, in un certo senso forse “sentire insieme”.
Sì, questo mi conferma che l’apertura sia davvero necessaria, altrimenti, cosa senti??

Ma…sinceramente… non ho delle risposte precise alla mia domanda: cosa ci fa diventare simpatici o meno?
Ci penserò

L’emozione… in uno scatto

La speranza - James P. Blair - National Geographic
La speranza - James P. Blair - National Geographic

Un mio amico è tornato da poco da un viaggetto, e mi ha fatto vedere via web le foto che ha scattato, diciamo un centinaio o forse qualcosa di più.
All’inizio le ho guardate con curiosità, poi, diciamo verso la quarantesima :), mi sono annoiato, e alla fine ho lasciato perdere.

Certo, vederne un numero eccessivo consecutivamente forse stanca comunque, però la questione, secondo me, è che una foto interessa gli altri solo se esprime qualcosa di particolare, se genera un sorriso, un’emozione.
A volte invece si vedono solo panorami statici che non vogliono dire molto per noi, mentre per chi ha scattato, almeno, essi significano tornare al momento in cui si era là, e qualcosa ci aveva colpito e spinto a immortalare quelle immagini. Non è facile catturare attimi che siano speciali non solo per noi ma per tutti.

E ho ripensato allora alla mostra fotografica National Geographic Il nostro mondo che ho visto qualche tempo fa, ho ripensato a quanto mi abbia colpito vedere tanta gente che si accalcava intorno a quelle foto, forse era bello più quello che le foto in sé :), rimango infatti molto colpito quando vedo un gran numero di persone che vogliono vedere, capire, emozionarsi.
Già, emozionarsi, perché le foto dei fotografi National Geographic, specie quelle scelte per la mostra, colgono delle particolari situazioni e credo possano essere paragonate a delle poesie, se ti fermi lì e le guardi un po’, cerchi di cogliere cosa vogliono esprimere.

Di questa ultima mostra, di cui trovate molte foto qui, la foto che ho inserito qui sopra è forse quella che mi ha colpito di più. Dovete immaginarvi una foto immensa, credo un tre metri per due, con questo cercatore d’oro che vi guarda. E mi ha colpito la sua espressione, che mi sembra esprima la fatica per un lavoro che a volte porta ben pochi frutti, ma contenga al tempo stesso quella speranza che fa andare avanti quella ricerca, è come se dicesse “è dura, ma sono fiducioso”.

Sebbene trovi che nella “normalità” ci sia molto da scoprire e da apprezzare, credo che ciò che nell’arte, e nella vita in generale, faccia la differenza, sia qualcosa di diverso, di originale, come quelle foto che generano emozioni.
In fondo, anche scoprire la bellezza di ciò che si pensa “normale”, scontato, ha qualcosa, in sé, di originale.
E ripensando alla foto del cercatore d’oro, forse è successo proprio questo, perché quell’emozione che la foto ha generato in me è venuta da chi ha saputo guardare quella persona stanca e un po’ sporca con un occhio diverso, da chi ha saputo coglierne l’anima.

Io e Annie

Ho visto Io e Annie, il film di Woody Allen, qualche tempo fa, e ci ho ripensato oggi. Non starò a riassumervelo, penso ci siano già molti articoli in proposito.

Voglio dirvi invece quello che mi è rimasto in mente.

Principalmente, due momenti.

Il primo, quando Annie, dopo una partita di tennis in cui conosce Alvy (il suo futuro amore), si interessa a lui, e un po’ imbarazzata cerca un pretesto per starci un po’ insieme, per parlarci. E` una bella scena, lei mi è sembrata così tenera in quell’imbarazzo, che penso rappresenti bene quello di tutti noi, quando notiamo qualcuno e vorremmo conoscerlo meglio, ma non sappiamo bene che dire!

L’altra cosa a cui il film mi ha fatto pensare è quando ci rimane qualcosa di un amore finito, ma anche quando ci rimane qualcosa di una amicizia, insomma quando qualche elemento dell’altro diventa parte integrante di noi, vuoi un suo interesse, vuoi un po’ della sua delicatezza o chissà, della sua energia.
E trovo bello che anche se magari non vedremo mai più quella persona, una piccola parte di lei rimarrà sempre con noi. Dopotutto, credo che la nostra unicità venga dall’interno, ma anche dalla traccia lasciata da tante persone che abbiamo conosciuto.

Ho trovato meravigliose le parole che Alvy dedica, nei suoi pensieri, ad Annie:

mi resi conto che donna fantastica era,
e di quanto fosse divertente solo conoscerla

Io e Annie
Annie e Alvy

Quel pizzico di follia

E` un po’ che penso che nella vita occorra un pizzico di follia.
Quella follia che può a volte sorprendere, che può portarci da un lato a rischiare ma dall’altro ad arrivare là dove la razionalità ci fermerebbe. Ma senza esagerare, intendiamoci 🙂

E da poco sto leggendo il Manuale del guerriero della luce di Paulo Coelho, e ho ritrovato, con mia piacevole sorpresa, questo concetto:

Un guerriero della luce fa sempre qualcosa fuori dal comune.
Può ballare per la strada mentre si reca al lavoro, guardare negli occhi uno sconosciuto e parlare d’amore al primo incontro, difendere un’idea che può sembrare ridicola. I guerrieri della luce si permettono simili cose.
[…]
Un guerriero della luce non passa i giorni tentando di rappresentare il ruolo che altri hanno scelto per lui.

Non so dire con precisione se in me ci sia questo pizzico di follia, forse sì, da un po’. Molte volte però penso di essere eccessivamente “ingessato”, di comportarmi secondo ciò che molti ritengono “normale”, per via di condizionamenti assorbiti nel tempo. E credo sia anche per questo che mi piace la follia.
Mi è piaciuta, per esempio, quell’elegante follia di Holly Golightly in Colazione da Tiffany, ma forse Audrey Hepburn era così affascinante che mi sarebbe piaciuta qualsiasi cosa avesse recitato 🙂
Come sottolinea Coelho, è importante esprimere ciò che sentiamo di essere, è importante cercare di essere davvero noi stessi.
E se in mezzo c’è un po’ di follia, beh, non farà male 🙂

Come delle cuffie di qualità

Poco fa guardavo distrattamente le mie nuove cuffie, e pensavo a come ora si sentano delle frequenze del tutto assenti in quelle vecchie.

Come ora giungono nuove sfumature sonore grazie a una maggior qualità, anche noi, migliorando la nostra “qualità”, migliorando noi stessi, possiamo sentire di più.

Sentire di più gli altri, ad esempio, sia ascoltandoli con maggior attenzione che rielaborando ciò che ci comunicano, sia sentire di più il mondo, aprendoci alle meraviglie che ci circondano, soffermandoci su dettagli che passano a volte inosservati, ricordandoci delle nostre fortune.

Come quelle cuffie sono costate un po’ più di quelle vecchie, anche cercare di essere migliori costa, ma penso che sia un nostro dovere, penso che i risultati del nostro cammino potrebbero sorprenderci.

Anonimo sì, però…

Quando ho aperto il blog ho deciso di pormi come anonimo, perché so bene che su Internet è meglio essere cauti, anche solo per lasciarsi la libertà di poter tornare sulle proprie decisioni.

E per certi versi mi piaceva molto l’idea di chiamarmi solo “Gabbiano” :-), potrei dire che la trovo anche poetica.

Ma vedendo che qui molti dichiarano il loro nome, ho pensato che non sarò certo meno anonimo se vi dico il mio: mi chiamo Francesco.

Piacere 🙂

Chiamatemi come vi pare: Francesco, Gabbiano Francesco (e se Gabbiano fosse il mio cognome? :)), Gabbiano e basta. Tanto, sono sempre io 🙂

buona domenica a tutti

Idealizzazione

Sono dotato di una forte capacità di idealizzazione.
A dire il vero non la chiamerei “capacità”, perché non è che trovi che l’idealizzazione sia così da apprezzare.

Quando vedi in qualcuno delle caratteristiche che non ha, ma che la tua mente gli ha per qualche motivo attribuito, il rischio è di interagire con una persona che non esiste, e nel momento in cui l’idealizzazione svanirà, ed osserverai razionalmente la realtà, la delusione potrà essere grande.
Per questo, ho imparato che per conoscere davvero qualcuno ci vuole molto tempo, e forse nemmeno chi condivide una vita intera con qualcun altro può dire di conoscerlo del tutto.

Credo comunque che ciò che si tramuta a volte in idealizzazione possa essere invece uno slancio verso la comprensione dell’altro, un tentativo di capirlo. E trovo che sia meraviglioso quando qualcuno ti dice “mi hai capito”, perché molto spesso non è affatto facile riuscirci. E richiede molto sforzo.

Credo che occorra mediare tra questo slancio di comprensione e uno slancio eccessivo che ci fa vedere ciò che non c’è. Non è facile, penso sia importante almeno conoscere noi stessi, per valutare da cosa derivano i nostri pensieri.